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Il futuro del liceo classico

Il punto della questione in un libro di S. Settis

C’è un dato innegabile e confortante: nel proliferare di nuovi indirizzi di studio, nel dilagare di concessioni e facilitazioni, nella squallida corsa all’immatricolazione degli studenti che la Riforma fomenta, la scelta del liceo Classico rimane, in Italia, la più consapevole e la più sicura.

Le famiglie per prime approvano così un piano di studi rigoroso e costruttivo, che non occhieggia ad una pseudoattualità che nei fatti si traduce in banalità. L’educazione stradale, quella sessuale, quella alimentare, quella informatica e le mille altre che accalcano i nuovi corsi di studio sono insegnamenti degnissimi, che fanno parte, però, del background culturale e sociale dello studente, sono competenze che si acquistano vivendo e conforntandosi col mondo.

Nessuno di noi nè delle generazioni passate ha seguito corsi di informatica, ma usiamo il pc comunemente, nessuno è mai stato interrogato sulle dinamiche stradali, ma la abbiamo conseguito la patente senza sforzo e via dicendo.

Quello che la scuola dovrebbe fornire, a mio avviso, è una competenza aggiunta, la capacità di riflettere, interrogarsi, porre confronti, prendere posizioni. In una parola, la cultura, questo valore così vilipeso oggi e così imbrattato da semplificazioni selvagge e da problematiche sterili.

A che pro, ad esempio, istituire corsi di educazione alimentare in una scuola che, per “accogliere”i giovani, apre bar o autorizza distributori di merendine e cocacole. Nel mio liceo, nessuno ci insegnò a mangiare correttamente, ma a ricreazione ci rinfrancava il panino della mamma e non surrogati che fanno rimpiangere le paste descritte da Stefano Benni  in Il bar dello Sport.

La cultura classica ci lega al mondo, è patrimonio universale, è ktema es aei, possesso perenne dell’umanità. L’abstract del bel libro di Settis, Il futuro del classico, ci fa riflettere proprio su questi aspetti: “Come mai l’eroina di un famoso manga giapponese si chiama Nausicaa? Perché,
dopo l’11 settembre 2001, il mullah Omar paragonava l’America a Polifemo,
«un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare un nome», da un Nessuno?
Dobbiamo davvero sbalordirci di queste citazioni - ritenendo Omero piú
‘nostro’ che dei giapponesi o dei musulmani - o non dovremmo piuttosto
riflettere su quanto siano intense ed efficaci citazioni che vengono da cosí
lontano?

 Salvatore Settis ripercorre all’indietro quei sentieri della storia
dell’arte che dai grattacieli postmoderni americani corrono fino ai Greci e
ai Romani, per mostrare come è mutata nei secoli l’idea di ‘classico’, in un
serrato confronto fra Antichi e ‘moderni’ sempre giocato in funzione del
presente: uno scontro fra opposte interpretazioni, non solo del passato, ma
del futuro.

Nessuna civiltà può pensare se stessa se non dispone di altre
società che servano da termine di comparazione
: un altrove nel tempo (Greci
e Romani) cosí come un altrove nello spazio (le civiltà extraeuropee).
Quanto piú sapremo guardare al ‘classico’ non come una morta eredità che ci
appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di sorprendente da
riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere il ‘diverso’,
tanto piú sapremo formare le nuove generazioni per il futuro”.