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Spilorci, tirchi, avari

Acute osservazioni di Teofrasto

Sul lessico dell’avaro, si era già discusso.

Vi lascio quindi ad una serie di graziosi quadretti scritti da un caratterista di eccezione: Teofrasto, che come si vede lascia davvero molto spazio alla identificazione di un male inconciliabile con la liberalità ateniese.

IL TIRCHIO
La tirchieria è il risparmiare esageratamente in tutto ciò che ha a che fare con gli averi . E il tirchio è quegli che già a metà del mese si presenta già alla casa del debitore per incassare un mezzo obolo [d’interessi]. In una tavolata [alla romana] conta quanti bicchieri ciascuno ha bevuto e fra tutti gli ospiti è quello che fa l’offerta più piccola a Diana.

Se alcuno ha comperato per lui qualche cosa a buon prezzo e gli dà il conto, egli sostiene che è ancora troppo caro. Se uno schiavo gli rompe una vecchia pentola o una scodella, gli riduce il vitto per rifarsi. Se sua moglie dovesse perdere una monetina, è capace di mettere sottosopra tutto l’arredo e di perquisire letti, casse e veli (1). Se vende qualche cosa, mette un prezzo così alto che l’acquirente ci ricava ben poco. È chiaro che non permetto a nessuno di raccogliere fichi dal suo orto, di passare per i suoi campi o di raccogliere una sola oliva o un solo dattero caduti dai suo alberi. Ogni giorno va a controllare se le pietre di confine sono ancora al loro posto. Dai debitori pretende gli interessi per ogni ritardo e gli interessi sugli interessi. Quando gli tocca di offrire il banchetto [del proprio demo], taglia la carne a pezzettini già prima di servirla. Se va a comperare la carne, torna a mani vuote. Alla moglie vieta di imprestare sale, lucignolo, cumino, origano e neppure orzo né bende né pasta per i sacrifici e le dice: «Anche queste piccolezze, alla fine dell’anno fanno un bel po’» . [In somma, le casse dei tirchi sono ammuffite, le chiavi arrugginite, essi portano vestiti più corti delle gambe, si ungono con ampolline piccolissime, si tagliano i capelli a raso, a mezzogiorno vanno ancora scalzi e litigano con i lavandai perché usino molta argilla e le macchie non tornino fuori] (2)


L’AVARO SORDIDO
L’avarizia [di cui parliamo] è il darsi da fare per ottenere guadagni svergognati e questo tipo d’avaro è quello che non mette abbastanza pane davanti ai suoi ospiti e che è capace di prendere danaro in prestito dall’amico che ospita in casa. Quando fa le porzioni [della carne del sacrificio] dice che è giusto che chi fa le parti riceva una doppia porzione e subito se la fa per sé. Se vende vino ad un amico lo annacqua anche a lui.

A teatro porta i propri figli solo quando i custodi lasciano entrare gratis. Se viaggia per una ambasceria pubblica, lascia a casa il danaro avuto dalla città (1) e si fa prestar soldi dai compagni d’ambasceria. Al suo servo poi carica sulle spalle un peso più grosso di quanto può portare e, tra tutti , è quello che gli dà meno da mangiare.

Dei regali fatta all’ambasceria pretende la sua parte e poi la rivende. Nei bagni si unge e dice allo schiavo «quest’olio che hai comperato è rancido» e si unge con l’olio degli altri. Delle monete di rame che il suo servo trova, ne pretende la metà «perché Hermes è comune» .

Egli dà il mantello a lavare, ne prende in prestito uno da un conoscente e lascia trascorrere più giorni del necessario [senza restituirlo], finché non glielo richiedono. Ed ancora: quando deve misurare le granaglie alla famiglia, egli usa ancora uno staio fidonico (2), per di più con il fondo infossato, e poi lo rasa ben bene. Egli vende sottoprezzo le cose di un amico che invece pensa di vender bene (3). Se deve restituire un debito di trenta mine, trattiene [come sconto] quattro dracme. Se i suoi figli, per malattia, non hanno potuto andare a scuola per tutto il mese, detrae l’importo corrispondente dalla mesata [del maestro]. Nel mese di Antisterione (febbraio) non li manda neppure a scuola perché ci sono troppi giorni festivi e così risparmia soldi. Quando lo schiavo gli porta i soldi per il suo noleggio, egli pretende persino la percentuale per il cambio delle monete di rame [in argento] e il contrario fa quando egli deve pagare il conto all’amministratore. Quando offre un banchetto alla sua fratrìa, pretende che i suoi schiavi vengano nutriti dalla cassa comune. Poi prende nota dei mezzi ravanelli rimasti sulla tavola così che non se li mangino i servitori.

Quando fa un viaggio con conoscenti, si serve dei loro schiavi e i propri li noleggia fuori, ma non mette il danaro nella cassa comune. Nelle cene in comune organizzate a casa sua, mette in conto agli altri anche il legno, le lenticchie, l’aceto, il sale e l’olio [delle lampade].

Quando uno dei suoi amici si sposa o dà in nozze la figlia, parte in viaggio qualche tempo prima per non dover mandare un regalo. Dai suoi conoscenti prende in prestito cose che non si possono richiedere né riottenere.
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1) Erano tre dracme e quindi circa diecimila lire al giorno.
2) Vecchia misura più piccola di quella usuale, introdotta in sua sostituzione.
3) Frase di difficile comprensione: in sostanza l’avaro frega l’amico che lo ha incaricato di una vendita.

IL TACCAGNO
La taccagneria è la mancanza di dignità pur di non spendere e il taccagno è quello che dopo aver vinto il premio come corégo, consacra a Dioniso solo una tavoletta di legno con sopra scritto solo il nome del dio (1).

Quando [nell’assemblea] si propone che il popolo paghi soprattasse volontarie, egli si alza e se ne va alla chetichella. Quando dà in matrimonio la figlia, rivende tutta la carne de sacrificio, salvo quella che deve dare ai sacerdoti, e i servi per il pranzo di nozze li prende a nolo, vitto a loro carico. Come trierarca (2) stende sulla tolda le coperte del pilota e le sue le tiene riposte. Per la festa delle Muse non manda i figli a scuola, ma dice che sono ammalati, così che non debbano pagare alcun contributo. Quando ha dato il mantello a lavare, rimane a casa (3).

Dal mercato porta a casa la carne egli stesso e la verdura la infila in un risvolto del mantello. Un amico sta facendo una colletta e gliene ha parlato prima: quando lo vede arrivare, gira l’angolo e va a casa facendo una lunga deviazione. Alla moglie, che pur gli ha portato la dote, non compera una schiava, ma le noleggia al mercato delle donne una schiava che l’accompagni solo nelle sue uscite importanti.

Lui porta scarpe rattoppate più volte e dice che sono solide come il corno. Quando si alza da letto scopa lui stesso la casa e toglie le cimici dai letti. Quando si deve sedere, si toglie il mantello e lo rivolta e non ha nulla salvo quello (4).
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1) Il corego organizzava a sue spese il coro della tragedia; quando era premiato per l’organizzazione, si usava che dedicasse a Dioniso una lapide di marmo con i nomi del poeta, il titolo della tragedia, il proprio nome.
2) Comandante di una trireme; come tutti dormiva sulla tolda.
3) Perché ne ha uno solo.
4) Frase poco chiara; forse usava il mantello al posto del cuscino che veniva noleggiato dai custodi a teatro oppure si usava che lo schiavo portasse un cuscino.