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Dante reo di istigazione a delinquere

Il capolavoro di Mattew Pearl: Il circolo Dante

SI dice che davanti alla statua di Alessandro Magno Cesare pianse lacrime di vergogna e invidia verso il giovane che, alla sua età, aveva già conquistato il mondo.

Comparando l’eccelso con l’infinitesimale, anche io ho avuto un moto di turbamento scoprendo che ha solo ventisei anni quel colto Mattew Pearl, che nella sua opera prima, Il circolo Dante, dà sfoggio di cultura e originalità davvero rimarchevoli.

Ventisei anni, lingua madre inglese e si muove con estremo agio tra complesse questioni filologiche di italianistica, sullo sfondo di una Boston ottocentesca che trasmette al lettore sentimenti e risentimenti di un’epoca intera, in un circolo di letterati che esportano al mondo la neonata cultura statunitense.

Ho letto due volte il suo libro: la prima, affascinata dai dantismi, dalle acute interpretazioni dell’Inferno, in una sfida intellettuale con l’assassino; la seconda, più attenta alla trama, alla caratterizzazione dei personaggi, alla credibilità della vicenda.

La storia è prevedibile: un alienato mentale, identificandosi anche nel nome (Dan Teal) con Dante prende spunto dai canti infernali per giustiziare i reprobi di Boston con le stesse pene da contrappasso attribuite ai peccatori dell’Inferno.

Del resto, a non cogliere la valenza allegorica del viaggio ad inferos furono, per primi, i contemporanei italiani. Boccaccio ci racconta, infatti, che una veronese, a cui fu indicato Dante che passava come “quello che va all’inferno ogni volta che gli aggrada e porta notizie dai morti”, replicò:” Molto probabile. Non vedete come è ricciuta la sua barba e scuro il suo volto? A causa, credo, del fumo e del calore”

Saranno i pacifici intellettuali del circolo Dante, che sfidarono le obiezioni mediocri di chi si opponeva ad una traduzione dantesca, foriera, a loro dire, di recrudescenze e orrori troppo duri per la popolazione bostoniana, a riconoscere lo stampo dantesco nei delitti e arrivare all’identificazione del colpevole.

Compaiono diverse discrasie tra la versione vulgata in italiano e l’interpretazione di Longfellow e degli altri intellettuali, ad esempio, colui che fece per viltade il gran rifiuto, la cui identificazione è lungi dall’essere certa, per noi, con gran probabilità, adombra Celestino V, che, rifiutando il seggio papale, accelerò l’elezione di quel Bonifacio VIII, acerrimo nemico di Dante.

Secondo gli intellettuali del circolo Dante, invece, quest’equivalenza è frutto della partigianeria italiana: svincolando Dante dalla temperie politica fiorentina, tendono a riconoscere in questo caso Ponzio Pilato, e sempre personaggi di storia universale, secondo l’interpretazione più ampia.

Pears solleva tali questioni come specchietto per le allodole: il lettore, che lo insegue nella sua esegesi, si ritrova a fine libro a non aver capito attraverso quali viluppi la storia è giunta a suo compimento.

Forse una trama avvincente come questa avrebbe meritato un altro stile, ma non so se la colpa del linguaggio così piatto vada imputata all’autore o alla traduttrice.