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Indovini ed imbroglioni nella Grecia Antica

Per i Greci era un’ossessione: ogni fenomeno meteorologico ed ogni circostanza curiosa rimandavano per loro a un astratto volere della divinità.

Gli dei si confrontavano con gli uomini, rivaleggiavano nelle passioni, nei vizi e nei difetti: erano nemici imbattibili, che parlavano una lingua oscura, che vaticinavano tramite le categorie più disagiate, che si servivano della bocca dei ciechi, delle orecchie dei sordi, dei sensi degli epilettici.

Se ogni avvenimento veniva decrittato in chiave simbolica e preannunciava un inderogabile volere celeste, era necessario saper ben discernere la volontà del dio. Fiorivano così interpreti oracolari, che dalle viscere degli animali, dal vento, dagli aruspici traevano indicazioni di massima sulla inclinazione divina, sulla condotta terrestre.

Offrivano consigli sensati, frutto di una buona analisi psicologica, di un attento aggiornamento sociale e culturale, di una passione per il pettegolezzo e, se la matrice non era sicuramente trascendente, pure la sensatezza di taluni vaticini aveva dell’incredibile.

Al re Creso che, per testare la veridicità degli oracoli, aveva inviato sette ambasciatori che chiedessero ad altrettanti oracoli che cosa stesse facendo Creso stesso in quel momento, solo quello delfico seppe rispondere che”il naso sente un profumo assai strano di tartaruga che bolle pian piano e insieme c’è pure un cosciotto di agnella in una bronzea padella coperta”. Chi abbia comunicato lo scaltrito interprete che lo stolto re di Lidia stesse facendo uno spezzatino di agnello e tartaruga non so; sicuramente però la fiducia cieca che sorse in lui per la veridicità dell’oracolo di Delfi costò un impero a sé e ai suoi sudditi. Infatti, Creso non consultò strateghi e militari prima di dichiarare guerra alla Persia, ma si rivolse al dio. Rassicurato che, in caso di attacco, un grande impero sarebbe caduto si gettò nella tenzone rincuorato…e non pensò che l’impero cadente sarebbe stato il suo.

Imbroglioni o creduli che fossero, gli indovini avevano una funzione sacrale e si facevano portavoce di un mondo precluso ai profani. Per questo, il linguaggio oracolare era tanto vacuo e tanto sfuggente da rasentare l’incomprensibilità; l’ambiguità dei messaggi garantiva fascino all’arguto indovino e aiutava la rassegnazione dell’uomo. L’ostinazione verso il latino della Chiesa cattolica, nei secoli scorsi, attinge a questo fascino: una lingua ignota, conosciuta solo nelle giaculatorie e sempre fraintesa, conferiva al culto cattolico quello stesso mistero che secoli prima aveva permesso la proliferazione degli interpreti dell’Olimpo.

All’oracolo erano subordinate anche le vite umane: quanti infanti (Paride, Edipo, Cipselo, per fare qualche esempio) furono abbandonati a morte quasi certa perché sogni rivelatori e indovini maldicenti li avevano immaginati rovinosi per la città. Ma l’affannarsi dell’uomo nulla può contro la divinità: i trovatelli diseredati ed esautorati, crescendo porteranno sempre a termine il loro burrascoso destino.