Questo sito contribuisce alla audience di

La donna che scandalizzò Aristotele

Vita muliebre in Etruria

La donna etrusca

Altro che parcere victis et debellare superbos! La pietà verso i nemici sconfitti, con buona grazia di Virgilio, non contraddistinse di certo i bellicosi pastori della Roma repubblicana.

Soprattutto sulla cultura, i romani miravano ad una egemonia totale; tanto furono magnanimi nell’inglobare a sé le civiltà meno evolute, tanto si dimostrarono spietati nell’annichilire ogni espressione intellettuale e sociale in grado di rivaleggiare con lo stereotipo latino.

Quando l’Etruria venne in contatto con Roma si snaturò, latinizzandosi al punto tale che soltanto le morti (quelle piante nelle necropoli laziali e toscane) ci illuminano sulla vita. Mi si perdoni il bisticcio ossimorico, che si basa su una triste consapevolezza: solo nelle tombe, gli etruschi continuarono a parlare la loro lingua e a vivere secondo le proprie consuetudini. I vivi furono inglobati nella barbarie romana, trasmisero qualcosa e assimilarono molto, accettando pregiudizi e imposizioni estranei in origine al loro mondo.

Così la colta, disinibita donna etrusca, che scandalizzò il misogino mondo antico per le sue pose incontestabilmente moderne, dovette cedere alle imposizioni maschiliste di Roma, relegarsi nei ginecei a cardare la lana e a seguire da lontano le vicende politiche.

Lontani erano i tempi in cui le loro ave erano rappresentate, disinvolte e sorridenti, nei banchetti e tra i giochi etruschi: la loro morte, con l’apparato iconografico che alle tombe si lega, è molto più accattivante e movimentata della noiosa vita subita e non vissuta dalle romanizzate nipotine.

Eppure, la cosmesi e la moda romana, soprattutto quella spregiudicata descritta da Ovidio, si lega a doppio filo con il mondo etrusco, in cui la donna esalta la propria bellezza, la vive come un vanto e non come una colpa, la fa strumento di seduzione e potere come e più di noi, oggi.

Il fascino di quelle vite non si coglie nei pur pregevoli testi di etruscologia, che disperdono in un mare di citazioni il fascino di una scoperta: la vera donna etrusca l’ho sentita palpitare e vivere solo nelle pagine di un volumetto spigliato, La donna etrusca, appunto, di Ciriaco Di Giovanni.

Già l’incipit suggerisce il tono vivace dell’intera trattazione: “Altezzosa, dai lineamenti marcati, vogliosa di comando. No, mite, delicata, tremebonda donna di casa, abile filatrice e tessitrice di lana. Macchè, grande bevitrice, partecipe di orge e banchetti più dei maschi. Piuttosto, autonoma, edonista e colta. Via, diciamo la verità, femmina dai grandi piaceri, dissoluta, disinibita, insomma alquanto puttana.”

Di Giovanni riesce a scardinare tutti questi luoghi comuni, con una rigorosa attenzione alle fonti letterarie ed iconografiche, sì, ma con un fare smaliziato e accattivante che rende la lettura piacevole anche per chi di etruscologia è totalmente a digiuno.