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La nascita della privacy

Da Teofrasto un ritratto garbato e arguto dell'impiccione

E’ un vero e proprio segno dei tempi che Teofrasto dedichi nella sua carrellata di ritratti un posto significativo anche agli impiccioni: in una società face to face, in cui la piazza era punto di incontro e occasione di dialogo, era quasi un dovere del cittadino conoscere le questioni dei vicini e consigliarli.

Socrate, che stuzzicava le velleità degli interlocutori per poi dimostrarne la vacuità, era un impiccione molto stimato e con lui l’intera struttura classica ateniese attribuiva alla conoscenza del popolo un’importanza enorme.

Certo, ai tempi di Teofrasto molto è cambiato: Atene, non più epicentro di un vittorioso impero, non più capitale morale della Grecia, ma polis tra le polis conosce un intimismo sconosciuto prima. L’uomo, che aveva vissuto, tronfio, i successi nazionali, nella disfatta si chiude in sè, nella propria interiorità, nei propri piccoli segreti. Successe in Grecia, successe a Roma, succede negli Stati Uniti di oggi, succederà sempre quando l’appartenenza nazionale sarà motivo di cordoglio e non di vanto

la nascita degli impiccioni coincide con la morte del sogno imperialistico di Atene. Ma ecco la acuta esposizione:

XIII
L’IMPICCIONE ZELANTE
Certamente l’impicciarsi appare come una certa esagerazione nelle parole e nelle azioni a fin di bene; l’impiccione è quindi uno che si alza e promette ciò che non può mantenere. Se tutti sono d’accordo che una cosa è giusta, solleva obiezioni e viene contraddetto. Ordina allo schiavo di preparare [nel cratere] più vino di quanto i suoi ospiti possano bere. Va a dividere i litiganti che neppure conosce. Si offre volontario per indicare una scorciatoia e poi non è capace di trovar la strada. Si presenta al comandante e gli chiede quando intende schierar le truppe per la battaglia e gli chiede quale sarà la parola d’ordine per doman l’altro. Va dal padre e gli dice che la madre già riposa in camera da letto. Quando il medico ha vietato di dare vino all’ammalato, lui dice che vuol provare a curarlo proprio con esso. Se muore una donna [nella sua famiglia] egli scrive sulla lapide, oltre al suo nome, il nome di suo marito, di suo padre, di sua madre, e di che paese essa era e vi aggiunge anche che erano tutte persone rette (1). E quando deve prestar giuramento egli dice ai presenti: «ho già giurato tante volte in passato, io!»
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1) Di solito si metteva solo il nome del marito e, ovviamente, non si parlava dei vivi come se fossero già morti.