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Alessandria e la nascita della filologia

I più comuni segni diacritici negli scoliasti

E’ stato in questi giorni riesumato il sito che ospitò, prima del famoso incendio, la biblioteca di Alessandria in Egitto, fondata da Tolomeo Filadelfo attorno al 280 a. C., a cui Luciano Canfora ha dedicato un pregevole studio.

Tra i mille meriti da riconoscere alla biblioteca perduta, summa di tutta la cultura antica e paradigma insuperato di organizzazione e produzione, si ha il proliferare di gruppi di studio che resero attiva e vivace la nota città

Il primo tentativo di intervento di restauro su testi letterari di cui abbiamo documentazione fu condotto nella comunità letteraria e scientifica raccolta presso il Museo di Alessandria d’Egitto, fondato probabilmente da Tolomeo Filadelfo circa il 280 a.C.

Parte essenziale di questa istituzione fu la famosa biblioteca, in cui ci si sforzò di radunare una collezione completa dei testi della letteratura greca ed i cui bibliotecari si trovarono a fronteggiare il problema delle corruttele che rendevano i testi talora difficilmente leggibili , e spesso molto variabili da copia a copia.

La maggiore e meglio documentata attività dei bibliotecari del Museo di Alessandria si indirizzò alla correzione del testo dei poemi di Omero (Iliade ed Odissea) ma assai importanti furono anche i loro interventi sui testi delle tragedie e delle commedie antiche, sovente, come succede nei testi scenici, farciti di varianti arbitrariamente introdotte dagli attori che le rappresentavano.

La filologia di Alessandria seppe raggiungere risultati di alto rilievo, e mise a punto due principi critici di cui si serve ancora oggi la critica del testo:

quello che definiamo con usus scribendi, vale a dire l’analisi comparativa della lingua utilizzata dall’autore nelle sue opere per individuarne le particolarità linguistiche e stilistiche;
quello che chiamiamo il criterio della lectio difficilior : i filologi di Alessandria intuiscono che quando in Omero una parola è usata una sola volta ed è ‘difficile’, cioè non consueta nella conoscenza linguistica media dei trascrittori, questa deve essere accettata come genuina dinanzi a sue eventuali varianti, attestate da altri manoscritti, dai quali essa è ‘tradotta’ in una forma più usuale e facile a comprendersi, per un processo molto frequente, detto della trivializzazione
A differenza di quanto avverrà nel Medioevo, i filologi alessandrini lasciavano del tutto invariato il testo del manoscritto che essi correggevano e componevano invece apposite monografie in cui venivano discussi tutti i luoghi che ritenevano inaccettabili. Sul manoscritto veniva soltanto aggiunta una serie di segni critici accanto ai passi discussi, segni che servivano a segnalare che quel passo aveva ricevuto una nota critica nella monografia relativa, ma anche ad indicare sinteticamente quale conto si dovesse fare della parola o del verso a quel modo evidenziati.

I principali segni critici in uso erano:

l’òbelo, una lineetta orizzontale posta in margine sulla sinistra del verso, con la quale si indicava al lettore che il verso era da considerarsi spurio;
l’asterisco, che contrassegnava un verso erroneamente ripetuto in un altro luogo del testo;
l’antisigma, che segnalava un turbamento nell’ordine delle righe.

Molti dei segni critici utilizzati dai filologi alessandrini scomparvero col tempo; l’obelo e l’asterisco passano invece nella critica testuale e nella esegesi biblica della tarda Antichità latina e sopravvivono ancora nel Medioevo.