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Troy

L’Iliade rivista e corretta

Per i milioni di persone cresciute a pane ed Iliade, che hanno sognato e sospirato agli eroismi e alle gesta di Achille ed Ettore, il film Troy di Wolfgang Petersen può essere uno shock.

La ambientazione, innanzitutto, è sconfortante: le lunghe distese sabbiose dello Yucatan, le acque dello Scamandro sono lontane anni luce dai paesaggi del mare Egeo.

Dell’onore e della forza dei due schieramenti, nulla rimane: secondo un processo di banalizzazione fin troppo frequente in questi anni, la guerra di Troia si trasforma nella più classica delle storie d’amore. Non siamo tanto ingenui da non accorgerci che Peterson dice Troia e legge Iraq.

Quando i Greci entrano a Troia, distruggono centinaia di statue (di stampo greco, certo, ma di 400 anni dopo Omero) come fu fatta saltare la statua di Saddam Hussein a Baghdad. Almeno, non ci sono le torture ai prigionieri: al contrario, Achille si innamora della sua schiava Briseide.

Era necessario poi che gli Atridi finissero i propri giorni a Troia, uccisi dall’amore? Vorrei chiudere con parole non mie: “questo è un film furbo: inganna lo spettatore dall’inizio promettendo qualcosa che non è capace di dare, cioè la ricchezza delle descrizioni di Omero, la sua capacità di farci sognare ad occhi aperti.

E’ un film presuntuoso nel dichiarare di poter descrivere “esattamente”, una volta per tutte, come avvennero i fatti, proponendo personaggi o gesta epiche in modo così grossolano e a volte falso, ritenendo che lo spettatore medio europeo sia così ignorante sull’argomento come quello americano.

E’ un film spettacolare, nel desiderio del regista di riempire i vuori narrativi e descrittivi dei personaggi con un mare di effetti speciali che riempiono gli occhi ma non lo sguardo.”

Mi addolora che il patrimonio classico sia svilito e mercificato per lucrare qualche biglietto in più al botteghino.