
E’ un topos della canzone italiana: l’uomo geloso assiste impotente al sonno della donna amata, tremando dei suoi sogni, escluso dai più reconditi pensieri.
Il sogno è un avversario infido, che strappa momentaneamente alla vita i palpiti della donna amata e la restituisce, pura ma incomprensibile, dopo momenti di assoluta esclusività.
Meleagro (130/ 80-70 a.C.) è un poeta d’amore, che, senza pudori e senza ostentazioni, riproduce i palpiti di un cuore che sa battere di fronte alla bellezza della vita. A Zenofila, la sua prima donna, dedica così questo epigramma: “Tu dormi, Zenofila, giunco flessuoso; potessi io stare, come Sonno senz’ali, sulle tue palpebre, ora, perché neppure lui, che comanda gli occhi anche di Zeus, riesca a venir da te e potessi averti solo io”
Tra la certezza dell’indicativo eudeiò e il dubbio dell’imperfetto eishein, preceduto da eiq’, si consuma tutta l’insicurezza di Meleagro che non riesce a trovare una sua collocazione nel sonno della sua donna. Vorrebbe personificarsi nel dio del Sonno, che vola sulle palpebre dei mortali per stemperarne le fatiche diurne, ma sarebbe apteroò, privo di ali, perché è tutto dedito al riposo e all’amore per una sola persona.
Questa dichiarazione di fedeltà è commovente: scrive L.A. Stella, riguardo a questo epigramma: “Un dolce incantesimo si effonde dalla musica blanda, come di ninna nanna, per suggestione di quelle prime parole così spontanee: Dormi, Senofile. Anche la mitologica figura di Hypnos, il Sonno che certo la fantasia del poeta si figura simile al giovane e pensoso Demone alato di una famosa scultura del IV sec., non turba quell’incantesimo. E lo stato d’animo di contemplazione trepida in cui si purifica l’oscuro affanno della gelosia si scopre in quel carezzevole epiteto, molle bocciolo che fa parere nuova un’immagine antica quanto Omero”.
Infatti, già Nausicaa era stata chiamata qaloò nell’Odissea.

Benedetta Colella








