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La guerra dei sessi

Lisistrata a Taormina

 

 

Uno scenario da sogno, l’Etna che fumava in lontananza e il mare che faceva capolino tra una colonna e l’altra, le voci calde di Pamela Villoresi e Luciana Turina che riempivano di sé tutto il Teatro greco di Taormina: in questo contesto invidiabile ho assistito alla messa in scena della Lisistrata.

La trama è a tutti nota: le donne, stanche di aspettare invano i mariti che combattono, esauste dal troppo piangere e dal troppo patire, decidono di rifuggire i piaceri coniugali per tutta la durata della guerra. Mentre Ateniesi e Spartani si fronteggiano in battaglia, quindi, le loro donne, unite in alleanza, congiurano per ricondurre alla ragione e alla pace la Grecia intera.

Lo spunto erotico, che avviluppa nei soliti toni estremi la prima parte, gorgogliante di falli, succedanei e ninfomanie, scema nel corpo della commedia: Aristofane sposta l’obiettivo sulla incapacità degli uomini di gestire lo Stato. Saranno le anziane, senza più velleità sessuali, ad occupare l’Areopago e a sequestrare l’erario greco: senza soldi e senza potere, gli Ateniesi non potranno far altro che confrontarsi verbalmente con le loro donne e veder sgretolare nella saggezza domestica le convinzioni che animavano la guerra.

Allo stesso modo il nemico, per la prima volta considerato uomo e non fantoccio, viene accomunato all’ateniese nella smania insana di combattere; vincerà l’amore, trionferà la pace e la rivolta di Lisistrata eviterà ad Atene tanti guai.

Questo, almeno, nelle pie intenzioni aristofanee. Nella realtà storica gli Ateniesi, ringalluzziti  dalle effimere vittorie di Abido e Cinossema, precipitarono con il loro dio Ares nella disfatta e nella crisi.

Un Aristofane femminista? Non direi. Il momentaneo trionfo della donna, relegata in casa e privata di poteri politici e sociali, è uno spunto umoristico come, in altre opere, i cori degli uccelli o delle rane. Il vero bersaglio non è una improbabile battaglia fra i sessi (in cui anche le donne invocano le proprie esigenze sessuali e lamentano la forzata astinenza fino alla defezione), ma la guerra come atto di follia collettiva.

Lo spettacolo a Taormina è stato molto attualizzato: sembrava quasi di vedere Oriente ed Occidente l’un contro l’altro armati e non i miseri schieramenti della guerra peloponnesiaca. Perché la guerra è un male sempre e sempre si basa su motivi artatamente ingigantiti.

La sorte di Atene ci sia di monito, Aristofane non resti ancora inascoltato.