
Sic transit gloria mundi: Teognide, con il suo complesso di superiorità, con i suoi cocciuti pregiudizi nobiliari, fu allontanato dalla patria, costretto ad una vita esule (bios abios, vita non vita è l’esilio per Leonida di Taranto).
La sofferenza e la solitudine piegano anche il suo animo indomito, non alla ritrattazione delle proprie opinioni e alla supplica (come farà Seneca), non alla sofferente contemplazione della propria vita (come nei Tristia di Ovidio), ma all’introspezione, alla scoperta di essere uomo.
Plerumque in calamitate ex amiciis inimici exsistunt (spesso, nella disgrazia, dagli amici vengon fuori i nemici), si lamentava Cesare: lo stesso pensiero aveva già attraversato la mente del nostro greco, quando scrisse in distici elegiaci Per il fuggiasco non c’è nessun amico, nessun compagno fedele; e questo è più amaro ancora che l’esilio.
C’è una sorta di chiasmo tra l’amico (philos, a cui si è legati con il cuore) e il compagno (etairos, con cui si condivide una scelta politica e di ideali): Teognide non trova conforto non solo fra quanti non ne avevano apprezzato gli estremisti, ma anche nello stesso gruppo che con lui aveva commentato, congiurato, cospirato.
Da Megera Nisea, in Grecia, Teognide fu trapiantato in Sicilia: la località amena, la calorosa ospitalità, il clima mite non lenirono però il suo animo esacerbato di esule. Andai anche io, andai nella terra di Sicilia, nella pianura coltivata a viti di Eubea e tutti accoglievano di cuore me che arrivavo. Ma nessuna gioia mi venne dal loro affetto. Così, niente altro è più dolce che la terra dei padri.
Il Ferrari, che ben sa leggere tra le righe, osserva che “il brano si caratterizza per un forte accento patetico: l’anafora di elthon, (che sottolinea le peregrinazioni dell’esule), la costruzione per antitesi, lo stesso modello odissiaco scandiscono un periodare dolente, ma fermo e non privo di orgoglio.
L’impotenza dovuta al non poter gestire i propri desideri permette una poeticissima decontestualizzazione di un’immagine che già fu esiodea. Nelle Opere e i giorni,infatti, il poeta, che si fa traduttore della vita agreste, individua nella gru un richiamo all’aratura Stai attento, quando ascolti il verso delle gru che dall’alto, dalle nubi getta il suo grido annuale e porta il segnale dell’aratura e indica la stagione invernale. Questo suono morde il cuore dell’uomo che non ha buoi, scriveva Esiodo.
Quanto più aspro deve essere il tormento per chi i buoi li ha avuto e possedeva anche schiavi che per lui arassero vaste terre e si ritrova ramingo, povero, senza terre da arare per un rivolgimento politico che odia e disprezza!
Ho udito, o Polipaide, la voce dell’uccello dal grido acuto, che ai mortali viene ad annunciare il tempo dell’aratura; e mi ha fatto sobbalzare il nero cuore; ché altri possiedono i miei campi fioriti,
e non per me trascinano i muli l’aratro ricurvo,a causa dell’esilio…

Benedetta Colella








