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Ulisse ad Ogigia (Foscolo e Pascoli)

Un uomo “bello di fama e di sventura”, analizzato da Donatella Dodaro

 

 

         

 

 

          L’uomo Ulisse, che  sa parlare alla sofferenza di altri uomini attraverso i secoli, così forte ma anche così fragile, quando, malinconico e malato di nostalgia sull’isola di Ogigia “consumava la vita soave sospirando il ritorno” ,non poteva non far sentire la sua tristezza all’animo sconsolato di un altro greco, che nel desiderare l’insperato ritorno “alle sacre sponde” dell’isola natia, Zacinto,confronta il suo esilio con quello di chi “bello di fama e di sventura/ baciò la sua petrosa Itaca, Ulisse”. E’ evidente che ci si riferisce al Foscolo, il cui vagare fu voluto dal destino così come voluto dal Fato fu quello di Odisseo.

         Alla dimensione del navigatore guarda, con sensibilità decadente, il Pascoli, quando di Ulisse ripercorre il viaggio, ma in senso inverso. Il marito adorato di Penelope, il padre amato di Telemaco, non resistendo più alla vita tranquilla nella sua casa ,ad Itaca, riprende il mare e ripercorre il viaggio precedente, che non è la sfida eroica dell’Ulisse dantesco ma un ritorno al punto di partenza. L’approdo è ad Ogigia, dove il mare lo depone senza vita accanto alla dea che gli aveva offerto l’immortalità e che ora lo accoglie con pianto “nella nube dei suoi capelli; ed ululò sul flutto/ sterile, dove non l’udìa nessuno:-Non esser mai! Non esser mai! Più nulla/ ma meno morte, che non esser più!”(da “L’approdo” in Poemi Conviviali). Nelle parole della dea è la dimensione tutta umana della sofferenza nella quale mortali e immortali sono accomunati. Solo la non esistenza può scongiurarla: è questa la sconsolata visione della vita tutta pascoliana, che misura con la sofferenza di Ulisse la sofferenza universale di tutti gli uomini, costretti a vivere in “quell’atomo opaco del male”. Tornare al punto di partenza, morto, laddove gli era stata offerta l’immortalità significa scoprire nell’ultimo viaggio l’illusorietà della vita, la fine di ogni speranza.