
Se per Omero Odisseo è sempre un eroe positivo, con Dante(Inf.,XXIV,.vv.85 ss.) diventa simbolo dell’uomo moderno, spinto da inestinguibile curiosità verso traguardi sempre nuovi: da una parte è colui che asseconda la propria natura umana, generata “per seguir virtude e conoscenza”, dall’altra è anche simbolo della insufficienza umana non assistita dalla grazia divina.
La sua allora diventa la sconfitta di chi, sfidando i limiti del sapere imposti da Dio attraverso il folle volo, viene poi punito e travolto da un turbine. Personaggio ambiguo, dunque, l’Ulisse di Dante, che, nella visione teologica medioevale, peccando d’orgoglio, ha “trasgredito”, proprio come l’eroe tragico, che sconta la sua hybris con il sacrificio di sé, poiché è inevitabile che su di lui si abbatta la tisis divina.
Eppure questo Ulisse “peccatore”, condannato da Dante all’inferno, è lo stesso che per Primo Levi incarna la speranza: l’eroe antico parla al moderno “dannato”, finito senza colpa nell’inferno di Auschwitz. Sfidando le barriere dell’ignoto per un ideale di libertà di pensiero, l’Ulisse dantesco incarna “la possibilità di opporre al perverso tentativo dei nazisti di distruggere la dignità umana, un ideale alto e nobile di uomo”(Renzo Villa in “Testi e scrittori”, Ed. Mondadori). Levi sembra voler dire che la letteratura conserva valore di consolazione ed anche di sfida alla bestialità della costrizione. La voce di Ulisse che si leva da un inferno immaginario è, per Levi ed i suoi compagni di sventura,”uno squillo di tromba, la voce di Dio”(P. Levi - “Se questo è un uomo” cap. XI).

Benedetta Colella








