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L’epica dello sport

Le Olimpiadi e le gesta degli sportivi.

Tutto muove attorno a L’angelo di Coppi, raccolta di racconti di Ricciarelli (se fossi una persona retorica, la forte allitterazione vorrebbe suggerire qualcosa), che prospettano il mondo dello sport in tutte le sue angolazioni, con i vizi e le virtù, i valori e i disvalori che lo animano.

Le Olimpiadi scuotono la nostra pigrizia portandoci a lodare e spesso anche ad emulare i nostri campioni ad Atene, il premio Strega ha reso familiare e amato il nome del suo detentore. Dal suo libro, mutuo qualche osservazione. Gli atleti sono i nostri nuovi ideali: sublimano su un campo l’ansia di combattimento e di confronto che attanaglia l’essere umano, soffrono e sudano e vincono per noi, sono ammirati e ricompensati con una serietà estranea all’idea di gioco.

Sull’epica dei commentatori, che raccontano le gare sportive come cronache di guerra, con tanto di bombe e di incitazioni a resistere di stampo bellico, si schiera a favore il Nostro autore. Dando la parola ad un inventato cronista sportivo, egli afferma:” raccontare le gesta degli atleti è esercizio di epica non meno che commentare le storie di Ulisse e della sua Itaca. Ho amato Shakespeare e Brahms per l’infinita varietà del loro mondo, e se ho speso il mio tempo a descrivere il gioco sublime di Schiaffino, si sappia che vi ho spesso trovato lo stesso impagabile piacere provocato dalla lettura di un verso o dall’ascolto di una sinfonia. Del resto, non occorre essere letterati per vedere, nelle traiettorie percorse da una palla lanciata da Di Stefano, la commovente perfezione di un endecasillabo. Secondo Freybart il gioco è altrettanto serio della vita, cosicché spesso essi si confondono tra loro e diventano la ragione stessa per cui alcuni uomini si ostinano a correre dietro ad una palla, altri a decifrarne il senso”

Non solo il calcio, che pure gode di fortuna maggiore, ma tutti gli sport presuppongono un corpo allenato, ma soprattutto un animo d’acciaio. Tutti veri, gli exempla proposti da Ricciarelli, tutti degni di meditazione.

La Start di Kiev, squadra ucraina sotto il dominio nazista, andò incontro al linciaggio delle SS pur di non accettare una sconfitta richiesta e pretesa dai tedeschi, consci del fatto che il popolo si identificava nella propria squadra e che una vittoria calcistica contro l’invasore poteva essere il segnale per l’insurrezione e il riscatto.

Jack Jonson fece della sua abilità pugilistica uno strumento per combattere il razzismo ancora imperante negli USA fino a rimanere vittima del Ku Klux Clan

Garrincha divenne un grande campione nonostante una poliomielite infantile gli avesse rubato estetica e forza nelle gambe.

Riccarelli propone dodici esempi di sportivi che hanno insegnato al mondo la strada della tenacia e della vittoria. Con spirito agonistico, anche lui, nel suo privato, si è posto ad una lotta con la vita: ha subito infatti un trapianto di cuore e polmoni, ha visto la morte negli occhi e l’ha scansata e, corroborato dall’agonismo della sua vita, è diventato un ottimo scrittore. La via crucis del suo intervento è raccontata nel romanzo le scarpe appese al cuore, edito da Mondatori.

Per non dirne troppo bene, ho trovato terribile il libro con cui ha ottenuto il premio selezione Campiello, Un uomo che forse si chiamava Schulz, confusa vicenda biografica di un polacco in bilico tra genio individuale e follia dei tempi.

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