Streghe, maghe e fattucchiere

La magia nella Grecia antica

 

 

 

Le streghe bruciate dall’Inquisizione erano molto in là da venire, quando in Grecia uomini ancora rozzi cominciarono a diffidare di donne troppo belle, che dai segreti della natura estraevano polveri cosmetiche per potenziare la propria avvenenza.

Il fascino della loro bellezza li ossessionava, la luminosità dei loro occhi, la morbidezza delle loro chiome ipnotizzavano quegli uomini rudi. Era sicuramente un dio potentissimo a scatenare in loro tanti ardori e costoro, che sapevano piegare la flora ai propri scopi, ne erano le sacerdotesse.

Perennemente sospese tra bene e male, tra ammirazione e diffidenza, queste conoscitrici della natura vennero trattate con sospetto, costrette quasi alla damnatio memoriae da una letteratura al maschile che non amava eternare i meriti muliebri.

Maga è una forma antonomastica: si diceva infatti che i Persiani (detti anche Magi, dal nome dei loro antichi sacerdoti) fossero insuperabili nell’arte di forzare il destino e la natura. Il termine greco equivalente (fino almeno ai Magikoi attribuiti ad Aristotele, in cui per primi si marca la differenza tra sacerdoti ed esperti in arti magiche) è pharmakeia (abile nei rimedi).

La più antica è una certa Agamede , “che tutti i veleni conosceva, quanti ne nutre la vasta terra” (Il. XI 740), da cui presumibilmente deriva la Perimede citata da Teocrito e ripresa da Properzio.

Ci sono Circe e Medea, è vero, ma la loro storia si muove tangenzialmente a quella dei grandi eroi che accompagnano e deviano; ci sarà l’incantatrice di Teocrito, in un ambiente, però, già scaltrito e “moderno” come quello ellenistico.

I sortilegi si compivano sotto l’egida di due divinità, non di rado sincreticamente accomunate: Selene ed Ecate. La prima, personificazione della luna, era eletta a confidente delle maghe e suggeriva tecniche propositive per ottenere un successo o un amore, la seconda, Ecate “che dischiude le porte di adamante infrangibile dell’Ade”(Papyri  Graecae Magicae ed. Preisendanz, 4, 2334), era la divinità funesta e distruttiva della magia nera.

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