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Cattiva maestra televisione

L’isola dei famosi e la lezione di Popper

Puntuale a salutar l’autunno, la televisione ripropone i propri palinsesti, spesso copie sbiadite dei successi degli anni precedenti, esperienze annacquate dall’assuefazione di un pubblico capriccioso ed esigente, che cerca nel video i brividi che mancano alla sua esistenza sedentaria.

L’isola dei famosi è una sfida alla normalità. Shaw affermava che nessun uomo è un’isola, perché ognuno è collegato agli altri da una fitta rete di rapporti sociali. Il fortunato reality show voluto e finanziato dalla RAI smentisce questa affermazione e ambienta in un’isola, fiabesco scenario ai margini della civiltà (almeno secondo le intenzioni dei produttori: invisibile, opera a fianco dei protagonisti uno stuolo di tecnici audio e video che riduce di molto la presunta solitudine dei concorrenti), una sfida alla sopravvivenza che coinvolge alcune celebrità in declino.

Costoro dovrebbero rocambolescamente procurarsi viveri, difendersi da agenti esogeni, convivere in semicattività al solo scopo di un effimero alloro vivificato dall’ombra del dio quattrino. Il target seduce folle di sadici spettatori, resi onnipotenti dal televoto e confortati, comunque, di malevolenza soddisfatta, poiché si trovano a compatire e compiangere volti che per anni hanno invidiato.

L’operazione, demagogicamente ineccepibile, si presta però a tutte le critiche che già dieci anni fa Karl Popper muoveva alla televisione.

Innanzitutto, la convivenza forzata suggerisce situazioni promiscue e stimola antipatie violente: posti in condizioni estreme, i famosi si mostrano in tutta la loro ferinità. E’ un cocktail sensuale, sessuale e sensazionale, un’esplosione di emozioni; per usare una fortunata metafora popperiana, una doppia dose di spezie per dar sapore a un cibo mediocre. Come sanno i buongustai, però, a furia di mangiare piccante e di abbondare nel sale delle scene di violenza e nel pepe del sesso, non si riesce ad apprezzare un cibo di qualità, se ne è privo.

Qualcuno potrebbe contestarmi dicendo che violenza e sesso sono anche alla base della letteratura, soprattutto greca e che comunque fanno parte dell’umana realtà. Vorrei rispondere con le parole di Gerbner:” La violenza storicizzata, limitata, elaborata caso per caso, utilizzata selettivamente e spesso tragicamente simbolica è stata travolta da una sorta di violenza allegra prodotta all’ingrosso dalla catena di montaggio dell’industria dello spettacolo ed immessa nel filone centrale della nostra cultura. La violenza allegra non provoca dolore e non ha conseguenze tragiche. E’ la soluzione facile e veloce di molti problemi, a cui ricorrono tanto i buoni che i cattivi e che conduce sempre al lieto fine”.

Medea uccise i figli, è vero; l’intera tragedia, però, è uno scavo psicologico alla ricerca delle ragioni e delle reazioni che determineranno il misfatto.

Nella pornografia culturale imposta dai reality show, invece, il tempo è tiranno: situazioni nate ed intensificatesi in giornate di convivenza vengono presentate in sequenza, in pochi minuti, come se tra azione e reazione non ci fossero tempi di riflessione o pause meditative. Amori, simpatie, tradimenti, covati da tempo, motivati da qualcosa, si susseguono in tre ore di trasmissione, azzerando le riflessioni, censurando le meditazioni. Ad agire non sono personaggi di carta, ma esseri pensanti, concreti ed amati, che fungono da esempio di vita per gli incauti telespettatori.

Non a caso il televoto non premia i concorrenti onesti; il pubblico predilige chi sa creare situazioni intriganti, chi sa vivacizzare i momenti di stasi, chi insomma abusa delle spezie del sensazionalismo. E’ l’apoteosi della legge del più forte, quella stessa che influenzò il Mein Kampf e che giustifica, oggi, le aggressioni e le violenze, quella per cui insorgono tante fobie nelle persone deboli e si sviluppa assuefazione verso il male da parte di chi ne è spettatore nella fiction come nella vita.