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Il passato è una terra straniera

L’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio

Quando un romanzo può essere prenotato su IBS o nelle librerie con mesi di anticipo, quando il lancio ha un’immediata risposta nelle vendite, quando le recensioni non tardano a comparire, si è di fronte ad un successo annunciato.

Il passato è una terra straniera era per default destinato a scalare le classifiche di vendita; testimoniavano a favore dell’autore i due romanzi precedenti, Testimone inconsapevole e Ad occhi chiusi, editi da Sellerio e capaci di coinvolgere ed entusiasmare anche i lettori più difficili.

Con l’avvocato Guido Guerrieri aveva inaugurato la stagione del legal thriller all’italiana, più intimistico, più sofferto e meno roboante delle azioni gridate alla Grisham, ma altrettanto trascinante; eppure, Gianrico Carofiglio non si è adagiato sugli allori dei suoi successi passati;

In questo romanzo, egli ha rinunciato, però, al genere che lo aveva consacrato scrittore: non ci sono aule di tribunale, la giustizia e le sue incongruenze si vivono su strada, dalla parte dell’illegalità, dell’incosciente perdita dei valori, della follia. E’ un libro estremamente educativo, pur nella brutalità di alcune scene: in Giorgio, studente modello che sceglie per fascino o per destino le strade ampie del denaro facile, possono riconoscersi molti giovani, perennemente in bilico tra un’etica svuotata di significato e la fascinazione della ribellione.

Francesco, l’amico più grande,  che strega con i suoi modi sicuri e con le sue risposte nette, è un pericolo strisciante in ogni comitiva. Eppure, neppure lui, baro e violento fino allo stremo, incarna a pieno il male; anche per la sua ostentata disistima verso i valori sociali c’è una spiegazione.

Quando, per un tragico vissuto o per propensione personale, il Male chiama, puoi cedere e venir risucchiato nelle sue spire o puoi lottare contro e diventare poliziotto, ed essere psicologa, e cercar negli altri quei tuoi istinti oscuri.

Due Giorgio si fronteggiano: un tenente per caso e un delinquente per gioco. Tramite i loro occhi, si anima una Bari struggente e bellissima, corrotta e incontaminata insieme. Lo stile di Carofiglio è nervoso, a tratti ascetico. Ti proietta attorno a un tavolo verde, ti fa vivere nei dettagli le emozioni di un giocatore, impiega pagine per dar voce ad una sensazione infinitesimale, poi prende la rincorsa e gli anni scorrono veloci e le immagini si susseguono e si confondono; quindi il vortice si placa e ti ritrovi a trattenere il respiro per un’inquietudine, un sogno.

Il tempo nel romanzo scorre impazzito, eppure la trama non diventa mai oscura. C’è il mistero sull’identità di un pericoloso stupratore, certo, ma non è per questo che si divorano le pagine del romanzo. In una maniera indefinita, si sa dall’inizio chi alla fine verrà ammanettato, ma il romanzo non si chiude nel giallo. Rimane aperto ad interrogarci sulla natura umana, sulla capacità di cambiare e di rimuovere emozioni.

Solo la morte pone fine al cambiamento. Permette però di cristallizzare un’immagine ed eternarla (Morì a trenta anni. Li avrebbe avuti per sempre), di contro alla proteiforme trasformazione interiore dei personaggi, che si trovano a vivere, a volte, come comparse la loro stessa vita.