
Grama vita per chi va a scuola! Studenti e docenti sono compatti nel deprecare sia l’astrazione che impera nella didattica sia le lunghe ore destinate a verificare e valutare e sommare.
Non può capirci chi invidia agli insegnanti i tre mesi di vacanza o le diciotto ore settimanali o chi lesina la paghetta ai figli perché producono poco, come se restare fermi cinque ore ad ascoltare adulti logorroici non sia più stremante di qualunque lavoro.
In queste lamentele, che si infittiscono di anno in anno, non siamo soli. Anche nel mondo classico non c’è un solo autore che ricordi con gioia i momenti dell’apprendimento: terrore per l’insegnante, ansia da prestazione e noia sono denominatori comuni per gli studenti greci e latini.
Il pedagogo greco insegnava la vita al giovane discepolo e lo introduceva ai misteri dell’amore. Oggi, questa forma di pedofilia ci appare a ragione aberrante, ma allora segnava il punto di svolta dell’istruzione. Solo in tarda epoca classica la cultura si distaccò dalla quotidianità: se è vero che i sofisti si arricchirono pretendendo denaro per le loro spiegazioni (con grave scandalo dei benpensanti, che considerarono questa mercificazione della cultura come una prostituzione dello spirito), già in epoca ellenistica per reflusso si deprezzava il valore degli insegnanti, al punto che Luciano definisce la loro condizione come ethelodouleia (schiavitù volontaria)
Certo, a Roma la situazione non era migliore: se è vero che Orazio ricordava con orrore il suo maestro, il plagosus Orbilius, è altrettanto certo che gli insegnanti non godevano di plauso sociale. Addirittura Seneca il Vecchio afferma convinto che era ignobile insegnare ciò che era dignitoso apprendere. La cultura infatti era stata esportata a Roma dalle terre soggette di Etruria e Grecia; erano quindi schiavi coloro che addestravano alla cultura i nobili romani.
Mario Alighiero Manacorda, studioso e pensatore profondo e accattivante, si è divertito (e ci diverte) a confrontare le esperienze diverse dei bambini di tre millenni fa, alle prese, come i nostri, con le difficoltà dell’alfabeto. Attraverso aneddoti, citazioni e riflessioni, con una scrittura scorrevole ed incisiva, l’anziano studioso (al quale, sofferente di cuore, rivolgo ora i miei più caldi auguri di pronta guarigione) delinea con brio e arguzia un quadro scolastico che di peso potrebbe essere trasportato ai nostri giorni.

Benedetta Colella








