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Sport e guerra: due facce della stessa medaglia

La poesia di occasione: gli epinici

 

Giocare o combattere, superare un avversario nella corsa o infilzarlo con le armi, non era differente per i Greci. Sport e guerra erano animati, per loro, dallo stesso principio agonistico, da un desiderio di superiorità e possesso considerato nobile e vitale.

Il culto della forma fisica perfetta, pari solo, nei tempi, alla contemporanea mania per il fitness e per le palestre, è testimoniato dall’idea stessa della kalokagathia, che non permette alcuna virtù per chi ha in spregio il vigore del corpo.

Non è neppure il caso di ricordare che il gymnasion era la palestra, perché un uomo si formava rafforzando il corpo più che nutrendo lo spirito; del resto, in un mondo pavido e insicuro, in cui erano quotidiane le sfide per la sopravvivenza contro una natura ostile o un nemico bellicoso, mantenere saldo il corpo e forte lo spirito, non deflettere mai dall’obiettivo finale della vittoria erano precauzioni indispensabili per non soccombere.

Sicuramente, la lode per una vittoria è stata assurta agli onori letterari a partire da Simonide e Pindaro; tuttavia, testimonianze numismatiche, soprattutto ioniche, ed epigrafiche dimostrano che il canto per la vittoria, il cosiddetto epinicio, è connaturato alla cultura greca e presente in ogni tempo.

Turba forse la sensibilità contemporanea sapere che l’iconografia della vittoria coincideva in Grecia perfettamente con gli onori funebri: la corona e la dea Nike proteggevano indifferentemente gli atleti e i defunti.

Non a caso erano gli dei stessi a porre sotto tutela gli atleti: le grandi gare agonistiche erano sempre avvolte da un afflato sacrale e consacrate, con dovizia di sacrifici propiziatori, alle divinità principali: Zeus proteggeva le Olimpiadi e le Nemee, Apollo le Pitiche, Poseidone le Istmiche.

I vincitori negli agoni, quindi, venivano quasi deificati; erano loro concessi, cioè, quei privilegi d’appannaggio degli dei: iscrizioni gloriose, statue nelle piazze, odi di gloria, vitto e alloggio per una vita a spese dello Stato.

Questa equivalenza tra dio ed atleta è dimostrata anche dal fatto che, mentre inizialmente si intonava per il vincitore un’ode ad Eracle composta da Archiloco (Evviva te, vincitore, salute a te, Eracle signore ne è il refrain), con Simonide di Cos, quindi nel VI secolo, l’epinicio sarà improntato sul vincitore stesso, la cui fama scalzerà così quella degli dei.