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Uomini in abito lungo

I travestiti nella Grecia antica

Non si travestivano per rivendicare una sessualità vilipesa: gli amori omoerotici, in Grecia, erano considerati anche più nobili e puri delle relazioni eterosessuali, finalizzate spesso solo al concepimento dei figli e alla perpetuazione della specie.

Non si impaludavano in abiti muliebri per vanità: l’austerità dei costumi privava anche le donne di quegli accessori che fanno la gioia dei travestiti di oggi.

Non si truccavano per eversione sociale: pur nelle vesti femminili, mantenevano il loro ruolo all’interno della polis.

Eppure, i travestiti c’erano. Ce li svelano in quantità le fonti iconografiche, ce ne parlano Erodoto e Plutarco, si traveste il più forte dei Greci, Achille, per evitare la guerra.

Perché? Il motivo più evidente è proprio la superstizione: nei momenti importanti della vita (la vestizione della toga virile, che è l’equivalente della nostra festa dei 18 anni, o il matrimonio), l’uomo si mascherava per non essere riconosciuto dalla sorte gelosa, per non subire lo fthonos theon, l’invidia degli dei, che difficilmente si sarebbe abbattuta su un essere inferiore quale allora era considerata la donna.

Un retaggio di queste ancestrali paure sopravvive ancora nelle nostre terre: l’abito nero a lutto è solo un travestimento per ingannare il Dio crudele che perseguita lo sventurato privandolo delle persone care.

Questa spiegazione, che ha accontentato per secoli gli studiosi, oggi appare inadeguata. Non giustifica, infatti, il travestitismo intersessuale, che rende le donne uomini e viceversa. A Cipro e a Sparta, in particolare, il giorno delle nozze, che dovrebbe essere un trionfo di sensualità, soprattutto nella percezione godereccia degli antichi, era incentrato su uno scambio di ruoli.

Non manca anche qui la componente scaramantica: è comune nell’antichità l’immagine della falsa fidanzata, una donna anziana o una bambina che viene presentata allo sposo in luogo della consorte per stornare maledizioni e invidie. Anche al momento del parto, in Grecia si assiste alla covata: è il marito a simulare il parto e a ricevere, al letto, le cure del caso, mentre la donna sfaccenda per casa come se nulla le fosse successo.

Ma c’è dell’altro.

Alla giovane sposina spartana, ad esempio, erano rasati i capelli a zero, erano fatti indossare abiti maschili ed era indicato come talamo uno scomodo pagliericcio dove la fanciulla si coricava da sola per essere raggiunta di nascosto, a notte fonda, dal marito. Al contrario, a Creta era l’uomo, in camicia da notte e con il trucco, ad aspettare trepidamente la propria consorte.

L’interpretazione sociologica oggi imperante (secondo cui questo scambio di ruoli suggerisce la necessità, in famiglia, di dolcezza e forza insieme, di una perfetta fusione complementare, cioè, del ruolo maschile con quello femminile) mi sembra anacronistica.

Piuttosto, questa mistione tra elementi maschili e femminili potrebbe rievocare la sfera sacrale, caratterizzata da processioni di travestiti.

Le feste in onore di Bacco, ad esempio, erano caratterizzate dall’itifallio, una danza in cui gli uomini, in vesti femminili, ondeggiavano esibendo grossi falli di legno (e Demetrio Falerete, che vide nel rito solo un simbolo di effeminatezza e rifiutò di parteciparvi, si inimicò buona parte della popolazione ateniese).

Ateneo ci racconta che anche a Samo i sacerdoti di Era sfilavano con lunghe gonne e con braccialetti e collane di uso femminile; questo richiamo alla donna può essere interpretato come auspicio di fertilità. E in questa ottica, forse, viene oggi accettato il sottanone dei preti, intermediari tra la divinità e i fedeli e instancabili supplici di gioia e prosperità per gli uomini.