Questo sito contribuisce alla audience di

Omero in gonnella

Fantafilologia: e se Omero fosse una donna?

Se si parlasse quando si ha qualcosa da dire e non tanto per dire qualcosa, l’umanità vivrebbe più serena e felice.

Capisco che si sia attaccati alla figura di Omero, che molte città greche se ne disputino i natali, che è confortevole pensare che un uomo solo, in quei tempi bui, sia stato in grado di inventare e organizzare una storia così avvincente…però ormai da molto la questione omerica si è risolta ammettendo che non ci fu un unico ideatore dell’Iliade e dell’Odissea, ma che esse nacquero da un mero curatore che trascrisse storie use e aduse della tradizione orale.

Le prove sono schiaccianti: anacronismi, linguaggi letterali, formule per la memorizzazione del testo…bisogna rassegnarsi all’idea che nessun nomade battè tutta la Grecia per raccontare le sue storie.

Lo stesso redattore finale, quello che, con qualche disattenzione, stilò per iscritto i poemi epici, non ha un nome: di lui sappiamo solo che era un cieco, o mè oròn, colui che non vede, condicio sine qua non, questa, per poter ascoltare le voci delle muse senza gli inganni sensoriali che confondono i normodotati.

Adesso, non solo si prova a rilanciare l’anacronistica idea che l’Iliade e l’Odissea siano il parto di una sola mente geniale, ma, a dispetto di tutta la cultura greca, si ipotizza che sia stata una donna a celarsi dietro il riverito nome.

Che le donne in Grecia fossero in genere analfabete, poco conta; che mai si sarebbe concessa rilevanza enciclopedica ad una storia siglata da una femmina, non importa: quando qualcuno si innamora di una teoria, non la analizza secondo i principi della contraddizione.

E’ vero che nell’Ottocento, quando ancora prendeva piede l’idea che il genio Omero avesse scritto l’Iliade nella giovinezza e l’Odissea nella maturità (spiegando così le differenze stilistiche e tematiche tra le due opere), uno scrittore (e non un classicista), Samuel Butler, paradossale detrattore della società vittoriana, immaginò che la vicenda di Odisseo sia stata raccontata da Nausicaa, principessa trapanese che conobbe ed amò Ulisse.

Se si considera che la discutibile traduzione dell’Odissea, compiuta dall’intellettuale britannico, ispirò Joyce nella stesura dell’Ulisse, apparirà chiaro che Butler celava dietro i riferimenti al mondo classico una serrata critica alla attualità, anche a discapito dell’accuratezza filologica.

A distanza di un secolo, e dopo le schiaccianti prove fornite da Parry sulla oralità della performance, per la prima volta venne tradotto in Italia l’ormai datatissimo testo di Butler.

Le prove addotte a sostegno di questa tesi sono mere petizioni di principio: lo stile è troppo sarcastico, c’è un richiamo ai valori tradizionali della famiglia troppo muliebre. Vale a dire: nessun uomo sano di mente avrebbe lasciato la splendida Calipso e gli agi che offriva, per tornare in un’isola di pietre, da una donna invecchiata e intristita dagli anni e dalle privazioni, se non defunta, se non nuovamente sposata. La casa, la famiglia, la fedeltà sarebbero, secondo la disinvolta interpretazione, ideali esclusivamente femminili. Lo sostiene Louis Paret, che sulla scorta di Butler e di un romanzo di Graves, si sente di confermare una miope boutade di Richard Bentley: “Omero ha composto l’Iliade per gli uomini e l’Odissea per l’altro sesso”.

Ma erano le mamme a raccontare le storie ai bambini e selezionavano loro, nel mare magnum dell’epopea omerica, gli eventi più significativi ed educativi. Per questo, trionfano le scene di onestà morale, che convivono tuttavia con descrizioni violente e avventurose in cui l’elemento virile trionfa e si impone.