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Nostalgia canaglia

Ulisse e gli emigrati di oggi

C’è un’etimologia struggentemente bella dietro il termine nostalgia: quel sentimento, che non è disperazione, ma calmo rimpianto, che accarezza il cuore e indulge al ricordo senza i toni aspri e confusi dello sconforto, nasce da un dolore (algos, con sfumatura quasi fisica) del ritorno (nostos).

Lo strazio dell’anima, che non gode di un presente anche oggettivamente appetibile, perché tutta tesa nel ricordo di un evento lontano, si concretizza in una scena dell’Odissea: Ulisse, meditabondo sulla riva del mare, pensa alla sua Itaca e per essa rinuncerebbe alla natura propizia di Ogigia, al sapiente amore di Circe, alle sensuali arti di Calipso.

Tornare a casa, svegliarsi nella sua terra come da un lungo sonno (non a caso i marinai lo depongono addormentato sulla spiaggia) e riconoscerla da un antichissimo ulivo, dalla curva di una strada, dall’aria stessa che si respira: così esplode la gioia di Ulisse, che ignora ancora quanto le sue peregrinazioni siano ancora lungi dall’aver fine.

Si verifica un curioso sdoppiamento: Odisseo, che in ogni momento del suo esilio ha pensato disperatamente a casa, ricorda meno di quanti non lo rimpiansero, ma ne confrontarono il ricordo negli aneddoti popolari, nella diuturna ripetizione.

Il passato, infatti, è vivificato dal racconto; eventi passati acquistano concretezza se ripetuti, se rinnovati dal discorso quotidiano. In alternativa, tutto sfugge e rimane una sensazione, un’imprecisa impressione che non si concretizza in eventi né in oggetti e diventa personale, quasi inconscia.

Nel bellissimo racconto lungo di Milan Kundera, L’ignoranza, viene rivissuta dai profughi cechi di ritorno a Praga alla caduta del regime comunista questa odissiaca nostalgia, questo scoprire che i propri ricordi non coincidono e non si intersecano con quelli di chi rimase e che il passato comune non è un collante, ma una barriera al riconoscimento e al perpetuarsi degli affetti di una volta.

L’esule, etichettato come tale all’estero e avvicinato con quella simpatia compassionevole per chi ha perso la propria patria, si sente estraneo anche nella terra d’origine, che sembra sfuggente, estranea, diversa dai ricordi.

Il cruccio dei protagonisti di L’ignoranza è di aver perso, a differenza di Ulisse, anche la memoria dei luoghi. Itaca non era in nulla cambiata dalla lontana partenza verso Troia; Praga (e con lei le mille città che hanno salutato gli emigranti in partenza) è stata ricostruita dalle fondamenta, ha perso quei connotati spaziali su cui si ambientarono i ricordi che legarono in terra straniera l’esule alla propria terra.