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E’ morto Giovanni Raboni

Il poeta di Milano

Nella landa infida e limacciosa della poesia contemporanea, minacciata spesso da abili parolai di poco cuore, Giovanni Raboni è stato per anni un punto di riferimento fisso non solo per gli eredi della scuola lombarda, di cui, con Vittorio Sereni, fu il massimo rappresentante, ma per chiunque rifugga i toni epici e le enfasi barocche.

Le sue liriche sono dissacratorie senza indulgere alla satira: partono da un’ambientazione tesa e curata e allargano lo spettro d’azione alla routine quotidiana, fatta di schematismi e di non sense. Significato e significante rimpallano da un verso all’altro: nell’austerità che è stata modello di vita e di stile per il nostro poeta brillano ogni tanto incontrollate emozioni.

Anche il tempo fluisce costantemente tra il passato e il futuro, quasi sconcertato dal preciso approccio dei luoghi: erede in queste didascaliche sortite di Parini, non a caso lombardo anche lui, Roboni fa dello spazio la costante nel variare degli stati d’animo e dei pensieri.

Leggiamo ad esempio Città dall’alto:

Queste strade che salgono alle mura

non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo

bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta.

dei signori e dei cani.

Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi

reggendosi la coda

ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù, nel fondo della città

divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce

come un catino… e poco più avanti

la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo

a destra, in diagonale, per altri

trenta o quaranta passi - una spanna: continua a leggere

come in una mappa - imbrocchi in pieno l’asse della piazza

costruita sulle rocciose fondamenta del circo

romano

grigia ellisse quieta dove

dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati

come capponi, rimpinzati a volontà

di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri

della città. A metà tra i due fuochi

lì, tra quattrocento anni

impiantano la ghigliottina.

Anche di morte aveva parlato, come di un elemento naturale, percepibile nel continuo fluire della vita, eppure aberrante, nelle rinnovate forme in cui questo mondo impazzito permette che il momento fatale venga troppo anticipato:

Vivo, stando in campagna, la mia morte.

Appeso a trespoli, aiole,

alle radici del glicine, ai raggi della ruota,

aspetto (il barattolo del nescafé

a portata di mano, l’acciarino

fra le dita del piede)

che l’arcangelo Calabresi scenda a giudicarmi.

Raboni è morto oggi, 16 settembre 2004, per il cedimento di un cuore nobile, che troppo ha sentito e troppo ha trasmesso; le sue poesie ne eterneranno la sensibilità e il candore.

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