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L’Ariosto libidinoso

Scene erotiche dell’Orlando furioso

Una visione svagata dell’esistenza, condita dall’etica tutta oraziana della Venere facile e dal principio del massimo appagamento con il minimo sforzo, rende Ludovico Ariosto assai attuale oggi nella ricerca spasmodica del divertimento incondizionato.

Per la critica, ancora bigotta, conciliare la sana tendenza al piacere, giudicata con severità, con le indubbie doti narrative e con la felicità espressiva di Ariosto e attribuirgli il ruolo che merita nella costellazione letteraria italiana sono state imprese ardue.

Si è deciso infine di sacrificare, nelle cernite antologiche, le ottave più dissacrantemente erotiche, mascherando e silentio la vena goliardica di Ariosto e la sua nascosta misoginia, comune a molti letterati dell’epoca.

Come suona boccaccesca, per esempio, la storia narrata a Rodomonte, nel XXVIII canto, da un oste pettegolo che mantiene vivo il topos dell’albergatore curioso e ipocrita, infido e garrulo, comune a buona parte della letteratura italiana!

Infedeltà delle donne: il re longobardo Astolfo, vero e proprio principe azzurro ante litteram, bello, giovane, ricco e prestante, pur non sfugge all’infamia delle corna, perpetrategli dalla disinvolta mogliettina con un aborto di natura, un gobbetto non più alto di un ragazzino. Trovato facilmente un compagno di disavventure (ci insegna Metastasio: E’ la fede degli amanti/come l’araba fenice/che ci sia ciascun lo dice/ dove sia nessun lo sa./ Se tu sai dove ha ricetto/ dove muore e torna in vita/ me l’addita, e ti prometto/ di serbar la fedeltà) nel giovane romano Iocondo, Astolfo muove per il mondo desideroso di tentare la fedeltà delle donne. I risultati (occorre dirlo?) sono stupefacenti: da lor pregate foro molte, e foro/anche altrettante che pregaron loro.

Quando poi si placa la brama di sperimentare nuove avventure e si fa più forte l’umana aspirazione alla stabilità, i due amici decidono di trovare una sola donna, che sarà amante di entrambi e di cui godranno insieme. L’ingordigia della giovane, si illudevano, sarebbe stata soddisfatta dalla presenza di ben due amanti: ma Fiammetta, la fortunata prescelta, aveva un terzo spasimante, noto con il nome antonomastico de il Greco.

Incontrarlo di notte era impossibile: Fiammetta giaceva al centro di un letto a tre piazze, perimetrata da Astolfo, da un lato, e Iocondo dall’altra.

Il Greco non si perde d’animo…e ce lo racconterà, con un sorriso divertito, Ariosto stesso:

Fra l’una e l’altra gamba di Fiammetta,
che supina giacea, diritto venne;
e quando le fu a par, l’abbracciò stretta,
e sopra lei sin presso al dì si tenne.
Cavalcò forte, e non andò a staffetta;
che mai bestia mutar non gli convenne:
che questa pare a lui che sì ben trotte,
che scender non ne vuol per tutta notte.

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Avea Iocondo ed avea il re sentito
il calpestio che sempre il letto scosse;
e l’uno e l’altro, d’uno error schernito,
s’avea creduto che ‘l compagno fosse.
Poi ch’ebbe il Greco il suo camin fornito,
sì come era venuto, anco tornosse.
Saettò il sol da l’orizzonte i raggi;
sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.

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Il re disse al compagno motteggiando:
- Frate, molto camin fatto aver déi;
e tempo è ben che ti riposi, quando
stato a cavallo tutta notte sei. -
Iocondo a lui rispose di rimando,
e disse: - Tu di’ quel ch’io a dire avrei.
A te tocca posare, e pro ti faccia,
che tutta notte hai cavalcato a caccia. -

67
- Anch’io (suggiunse il re) senza alcun fallo
lasciato avria il mio can correre un tratto,
se m’avessi prestato un po’ il cavallo,
tanto che ‘l mio bisogno avessi fatto. -
Iocondo replicò: - Son tuo vasallo,
e puoi far meco e rompere ogni patto:
sì che non convenia tal cenni usare;
ben mi potevi dir: lasciala stare. -

68
Tanto replica l’un, tanto soggiunge
l’altro, che sono a grave lite insieme.
Vengon da’ motti ad un parlar che punge,
ch’ad amenduo l’esser beffato preme.
Chiaman Fiammetta (che non era lunge,
e de la fraude esser scoperta teme)
per fare in viso l’uno all’altro dire
quel che negando ambi parean mentire.

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- Dimmi (le disse il re con fiero sguardo),
e non temer di me né di costui;
chi tutta notte fu quel sì gagliardo,
che ti godé senza far parte altrui? -
Credendo l’un provar l’altro bugiardo,
la risposta aspettavano ambedui.
Fiammetta a’ piedi lor si gittò, incerta
di viver più, vedendosi scoperta.

70
Domandò lor perdono, che d’amore
ch’a un giovinetto avea portato, spinta,
e da pietà d’un tormentato core
che molto avea per lei patito, vinta,
caduta era la notte in quello errore;
e seguitò, senza dir cosa finta,
come tra lor con speme si condusse,
ch’ambi credesson che ‘l compagno fusse.

71
Il re e Iocondo si guardaro in viso,
di maraviglia e di stupor confusi;
né d’aver anco udito lor fu aviso,
ch’altri duo fusson mai così delusi.
Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso,
che con la bocca aperta e gli occhi chiusi,
potendo a pena il fiato aver del petto,
a dietro si lasciar cader sul letto.

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