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Dio diVino

Bacco e l’invenzione del vino.

“Evviva Noè,il gran patriarca/che han chiuso nell’arca/sapete perché?/Perché fu l’inventore/  di questo gran liquore/che al corpo fa bene/ e a noi ci tiene allegri” cantavano ebbri e contenti i nostri avi, felici di coniugare per una volta la rigida morale cattolica con il sottile piacere di sperdersi in un oblio ad alto tasso alcolico.

Vino e diluvio, disastro e dimenticanza sono cumulati non solo nella Bibbia, ma anche nella mitologia classica, come se, dopo un grande dolore, si potesse rinascere, con il vino, a vita nuova: a Deucalione (il cui nome è etimologicamente legato a deukos halieus, ossia “marinaio del vino nuovo”), infatti, sopravvissuto ad un analogo nubifragio, era legata in Grecia la divulgazione del vino.

Costui era infatti fratello di quella Arianna, che, sedotta e abbandonata a Nasso da quello squallidone di Teseo, si era ben presto consolata con Dioniso, che, con il nome latino di Bacco, si è eternato, con Venere e con il Tabacco, come causa dell’incenerimento umano.

Lo sfortunato dio, le cui vicende biografiche meriterebbero lunghe trattazioni, è infatti lontanissimo dall’atarassia greca: egli è il disordine, l’entusiasmo, il caos, il sesso, tutte quelle pulsioni ferine e naturali che la cultura tenta da sempre di schiacciare senza successo alcuno.

Nell’insopprimibile empito di vitalità, Dioniso, con i suoi pampini e i suoi orgiastici seguaci, con leziosità e danze ardite, sconvolge l’Olimpo come la calma rassegnata dei mortali.

Il vino nacque quasi per caso, complice un sole afoso, una gola riarsa e i vigneti del monte Nisa: lo stordimento che seguì la prima sbronza fu così piacevole che spontaneamente il culto si trasmise dall’una all’altra parte della Grecia (non a caso, Dioniso è un dio girovago, missionario quasi, nel suo vagare, della religione del vino).

L’allegoria è evidente: l’ubriacatura è inarrestabile e provoca assuefazione. Il piacere del vino si ritorce in dolore con i postumi della sbronza. La mitologia che, come sempre, esagera ci racconta scene davvero poco edificanti: il re di Damasco, che tentò di opporsi all’inserimento del culto nelle sue terre, fu scorticato vivo dalle Menadi urlanti, Licurgo, re degli Edoni, ammazzò il figlioletto convinto che fosse una vite da potare, le donne Argive si nutrirono delle carni dei loro figli, prese dall’ebbrezza vorticosa che tutto molce, tutto cancella.

Se oggi a tavola si fronteggiano e si irridono vicendevolmente i bevitori di vino e i patiti della birra, anche ieri la popolarità delle due bevande fu altalenante. Addirittura, una studiosa  inglese, J.E. Harrison, sostiene che Dioniso, prima di assurgere a dio del vino, sia stato il protettore della birra. Le prove? Il cesto dell’uva assomiglia tanto ad un setaccio, i primi seguaci di Dioniso, nella pittura vascolare, sono centauri (e il cavallo è da sempre associato alla birra e al nettare come la capra è l’animale simbolo del vino) e addirittura il termine tragedia deriverebbe non da tragos (capro), ma da tragos (spelta, che è un cereale utilizzato dagli antichi per la preparazione della birra).