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La vedova bianca

La delusione di Penelope

Donne bellissime, riccioli d’oro e occhi lucenti costellano l’intera Odissea: Circe, Calipso, Nausicaa e le sirene sono esemplificazioni delle mille fogge in cui l’eterno femminino seduce l’uomo, lo lega e ne è legato in un gioco di sensi e passioni a cui non di rado si somma l’affetto.

Itaca e con lei Penelope sono un brusco ritorno alla realtà, un tardivo e bruciante omaggio al tempo che drappeggia il viso di rughe, che obnubila immagini e raffredda ricordi.

Venti anni da sola, senza un uomo e senza certezze, in un mondo maschilista che vuol sopraffarla, con un fanciullo difficile da crescere da sola, temendo per il futuro e tremando per il presente: questo è il vissuto di Penelope.

E’ perifron, è saggia, Penelope; bella non può esser di certo, dopo una vita di preoccupazioni, dopo aver cercato di mimetizzarsi per scoraggiare gli irriducibili proci, che, attraverso lei, ambivano al regno. Una donna oggetto consapevole della sua fragilità, ma tanto forte per ribellarsi, attaccata ad una speranza che di anno in anno sbiadisce, perde forma. Del marito ha un ricordo lontano, romanzato: avrà dimenticato le piccole beghe che intossicavano le loro giornate di giovani sposi; la memoria le avrà restituito un’immagine menzognera e felice del passato.

E torna, infine, questo Ulisse errabondo. Con una sensibilità moderna, Omero immagina l’intervento della dea per abbrutirlo.

Non fu Atena, non fu calcolo degli dei questa metamorfosi (ma gli antichi, si sa, cercavano sempre l’intervento divino): furono gli anni, le sofferenze, i dolori ad incanutire quell’uomo, a sottrargli orgoglio e dignità.

Penelope non lo riconosce, non vuole riconoscerlo: non può essere quel pitocco, quello straccione l’uomo a cui ha sacrificato anche il ricordo. Il loro primo incontro è un capolavoro di ipocrisia: i due si scrutano, si parlano, forse si riconoscono entrambi, cercando nel loro cuore un barlume di quell’amore che li legò per venti anni.

In uno splendido racconto di Kate Chopin, autrice statunitense attiva alla fine dell’Ottocento, una donna malata di cuore, che resiste all’emozione di sapersi vedova e che comincia ad immaginarsi una nuova vita (con toni che da drammatici diventano sempre più allegri), libera finalmente di scegliere e agire, non regge al trauma di scoprire che si è trattato di un equivoco, che suo marito (e con lui i suoi difetti) è vivo e vegeto. Non muore di gioia, la vedovella graziata dal destino, ma di dispiacere, perché al dolore della perdita ci si abitua, alla disillusione non ci si assuefa mai.

E Penelope è saggia perché riesce a mascherare la sua delusione, a indagare in quel volto consunto i segni dell’antica bellezza e ad ammirarlo, splendido e seducente, con gli occhi del cuore e non con i sensi.

Merita grande attenzione la rielaborazione del mito compiuta da Ghiannis Ritsos che riporto qui in traduzione italiana:

NOn era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano i panni logori del mendicante, il travestimento: no, segni certi: la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata, appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione, ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere, per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso venti anni, venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice, per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia, guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse i suoi propri desideri morti. E “bentornato” gli disse, sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia, il telaio suo riempiva il soffitto di ombre a fomra di grata; e quanti uccelli aveva tessuto con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso quella notte del ritorno finirono in nera cenere volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza