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L'Iliade di Baricco

Un'intelligente esegesi del prof. Sergio Audano

La virulenza con cui l’Iliade è riproposta oggi dai media riflette una nuova ansia di capire la guerra e di cercare eroismi e viltà nei contrasti tra popoli.

Alessandro Baricco, drammaturgo e romanziere fra i più validi del nostro panorama letterario, si è cimentato con una reinterpretazione del capolavoro omerico, strutturando l’intera opera in ventiquattro monologhi, in cui eroi ed antieroi si contendono la parola per spiegare i diversi sentimenti che la violenza può suscitare. Lo stile fatato di Baricco, scarno e divorante, restituisce, antichissimi ed attuali, personaggi che hanno vinto il tempo, tipi letterari e umani che hanno condizionato la maniera occidentale di intendere il valore bellico.

E’ svelato sin nella grafica il richiamo alla contemporaneità: nella copertina, su sfondo rosso come il sangue, autore e titolo campeggiano su righe di giornale, quelle stesse che giorno dopo giorno ci rendono edotti sull’evoluzione della nostra guerra, originata da motivi ancora più squallidi dell’incostanza di una bella donna, ma ammantata, come quella omerica non fu, da pregiudizievoli alibi in cui il nome democrazia, il nome libertà vengono gridati dal popolo oppressore e non dall’oppresso.

Vi propongo qui un’intelligente analisi del prof. Sergio Audano, validissimo docente di latino e greco al liceo classico di Rapallo, che riesce a cogliere in maniera superlativa i moti e i modi con cui Baricco reinterpreta ed attualizza il mito. La parola al prof. Audano, dunque!

“La rilettura dell’Iliade compiuta da Alessandro Baricco su Radio 3 e pubblicata recentemente da Feltrinelli è un esempio molto significativo della “fortuna” di un classico, utile per
analizzare le modalità ideologiche e culturali con cui questa operazione è
stata compiuta. Se posso azzardare un giudizio complesso direi che il
risultato finale è di grande interesse: la lettura del poema omerico scorre
attraverso il ritratto dei molti protagonisti (non solo gli “eroi”, ma anche
le figure femminili che mi sembrano felicemente delineate, in particolare la
nutrice), che in apparenza si presentano come tanti medaglioni separati, ma
che al contrario si collocano all’interno di un organico percorso di lettura
in cui le ragioni della guerra sono complementari a quelle della pace,
quest’ultime particolarmente messe in rilievo dallo scrittore forse anche
per suggestioni dei drammatici eventi contemporanei.

Riscrivere un classico non è mai un’operazione “neutra”: inevitabilmente seleziona, sotto la
pressione del messaggio che “hic et nunc” sembra più cogente da comunicare,
aspetti del testo che possono risultare, ad un’analisi storico-filologica,
forzati o inevitabilmente parziali. Baricco, che si è avvalso della
collaborazione di Maria Grazia Ciani, ha compiuto la sua rilettura in modo
molto partecipe (sia detto per inciso ritornando a una dimensione stilistica
più vicina al primo Baricco piuttosto che alla più recente produzione in
cui, a mio avviso, la fluidità di scrittura talora lasciava il passo a
compiacenze intellettualistiche).
Nella premessa e nella postilla finale lo scrittore ha esplicitato il suo
approccio al testo e la sua lettura: che si tratti di una rilettura molto
personalizzata, lo si evince da una serie di considerazioni che vi
sottopongo.

Io ho trovato particolarmente significativi tre punti: il primo
nella premessa in cui giustifica l’eliminazione di ogni apparato divino,
nella consapevolezza di ridurre la piena comprensione del mondo omerico (di
cui peraltro sottolinea la dimensione fortemente laica), per “recuperare
quella storia riportandola nell’orbita delle narrazioni a noi
contemporanee”; il secondo punto è strettamente correlato al primo, dal
momento che sul piano stilistico ha scelto di “eliminare gli spigoli più
arcaici che allontanano dal cuore del testo” allo scopo di “cantarlo con la
musica che è nostra
“. Il senso più profondo di questa duplice operazione
consiste quindi nella riappropriazione della dimensione narrativa
dell’Iliade, recuperandone la perenne attualità secondo il principio della
leggibilità contemporanea (anche attraverso il recupero della sua originaria
comunicazione orale vista la destinazione radiofonica in prima battuta
).

Il terzo punto si trova nella postilla e consiste nel giudizio complessivo sul
poema in cui, ad avviso del Baricco, il canto di guerra sarebbe un canto
alla pace
, riscontrabile dal fatto che largo spazio viene dedicato alla
compassione e alle “ragioni” dei vinti…

Questa lettura, infatti, ridimensiona fortemente il valore
etico e collettivo dell’eroismo (l’ “aei proteuein“) che anima il
comportamento di tutti gli eroi, in primis Achille; accentua il concetto di
pietà verso i vinti secondo modalità che, a mio avviso, non sono tipicamente
omeriche, ma successive (penso soprattutto all’Euripide dell’ “Andromaca” e
delle “Troiane” e al sentimentalismo di Virgilio), in cui la riflessione si
estendeva al destino dei prigionieri e portava inesorabilmente alla condanna
della guerra e della violenza; infine anche l’eliminazione dell’apparato
divino non è sempre pienamente convincente: si perde forse troppo di quel
legame così stretto tra divinità ed eroe che portava anche alla condivisione
della guerra e dei dolori della guerra (si prenda l’esempio di Zeus che
piange la morte del proprio figlio Sarpedonte: l’orrore della guerra e della
morte non risparmia neppure il padre degli dei e degli uomini).”