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Cari saluti di Isabella Bossi Fedrigotti

Questi crudeli sconosciuti chiamati parenti

Recentemente riproposto a prezzi popolari dai Superpocket RCS, Cari saluti necessita di due ore intense per divorare il libro (attenzione: è letteralmente impossibile sospendere la lettura. Controllate la disponibilità temporale prima di accomodarvi in scrivania) e di una notte di riflessioni sul senso stesso della famiglia, sull’animo e sulla sincerità nostra e di chi più ci è vicino.

Isabella Bossi Fedrigotti scrive con il bulino: in apparenza decora e orna con la piacevolezza del suo stile, in realtà scava nell’animo, violenta la coscienza intorpidita e, senza enfasi né accuse dirette, impone al lettore una spietata analisi interiore.

Il Corriere della sera, che ospita tra le sue prestigiose firme anche quella dell’autrice, recensì il libro come un’indagine sapiente e con la suspense di un thriller su un inferno chiamato famiglia. La Bossi Fedrigotti non è nuova a questi excursus all’interno di istituti solidi come la famiglia (con Di buona famiglia, meraviglioso romanzo in cui due anziane sorelle ripercorrono con la memoria gli anni della adolescenza, riesumando ipocrisie, frasi non dette, dolori mai espressi e cementati nell’animo) e l’amicizia (Il catalogo delle donne, in cui ognuno può trovare una collocazione per sé e per il mondo muliebre che lo circonda). Le reticenze, le piccole vigliaccherie, le invidie che avvelenano l’esistenza sono suggerite più che svelate dall’autrice, che, con estrema eleganza, indaga le motivazioni profonde di atti inspiegabili.

L’urlo muto di Munch trova in questo libro la sua traduzione letteraria: per citare l’autrice la vita familiare è fatta di tutti i problemi, tutte le questioni di fondo diluiti sempre nella conversazione, annegati nell’affabile, llieve, superficiale conversazione. E’ così che abbiamo imparato fin da piccoli a essere muti pur parlando, anche senza posa.

Nel libro l’improvvisa sparizione di Paolo, rampollo di buona famiglia, invidiato e amato da tutti, porta i suoi congiunti ad interrogarsi sulle ragioni di una scelta apparentemente incomprensibile.

Il romanzo corale, inaugurato dal Faulkner di L’urlo e il furore, è strutturato in modo che ciascuno dei personaggi esponga la sua versione dei fatti, svelando imposture e viltà degli altri, ammantando di nobiltà le proprie azioni, mostrando uno spaccato di odi e invidie malamente coperto dal cemento dell’affabilità.

Ci si accorge così che l’invidiato giovane ha trascorso la vita dilaniato tra i prepotenti affetti di una madre perfezionista e presente, di Annamaria e Fabrizio, fratelli maggiori che non gli hanno mai perdonato il monopolio sul cuore materno (mio fratello quasi non lo ricordo con me, ma sempre contro di me), di Livio, il migliore amico (che in realtà confessa nel corso della lettura, un po’ mi sono lasciato voler bene, senza ricambiarlo con la medesima fedeltà), di Beatrice, fidanzata egocentrica e possessiva, copia in sedicesimo dell’aborrita suocera, di Bianca, il primo amore traditore e tradito.

In questa saga di antieroi, vitalizzata dall’ansia di conoscere le sorti di Paolo, ma tesa invece nell’analisi dei precari equilibri sociali, la Bossi Fedrigotti ha espresso al meglio le sue grandi doti di narratrice, che, scomparendo per dar voce ai propri personaggi, traluce con la forza e l’autorità propri di un grande scrittore.