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Elena nella letteratura greca contemporanea

Il mito della bellezza tra Seferis e Ritsos

La variante euripidea di Elena viene riletta dal premio Nobel 1963 per la letteratura Giorgio Seferis (1900-1971), il maggior poeta greco del ‘900 - dopo Kavafis -, durante un soggiorno nell’isola di Cipro: la favola di Elena viene riletta alla luce degli avvenimenti politici del secondo dopoguerra. Seferis pubblica nel 1955 la raccolta Giornale di bordo III, che comprende la poesia Elena.

Occorre leggere la poesia di Seferis ricercando le fonti e le allusioni letterarie, giacché questo componimento contiene in trasparenza altri testi che si rimandano l’uno l’altro: solo così la doppia lettura di un testo poetico può diventare un’occupazione piacevole e affascinante. Infatti Seferis non cancella, né dissimula, né nasconde i testi che lo ispirarono nella composizione.

“Teucro

…alla marina Cipro, ove l’oracolo

d’Apollo disse che abitato avrei,

che il nome avrei di Salamina all’isola

posto, in ricordo della patria antica…

Elena

Quella è un fantasma: a Troia io non andai…

Nunzio

Che dici?

Le nostre pene fur per una nuvola?”

(Euripide, Elena - trad. E. Romagnoli)

A Platres non ti fanno dormire gli usignoli”.

Usignolo pudico,

tu doni, nel respiro delle foglie,

la musica rugiada della selva

ai separati corpi, all’anima

di chi sa bene che non tornerà.

Cieca voce, che tenti,

nella memoria dove annotta,

passi e gesti - non oso dire baci -

e l’amaro tumulto della schiava esacerbata.

“A Platres14 non ti fanno dormire gli usignoli”.

Platres! Cos’è? Quest’isola chi la conosce?

Ho vissuto una vita udendo nomi

inauditi:

luoghi nuovi, follie nuove degli uomini

o degli dei.

La mia sorte che fluttua

fra la suprema spada d’un Aiace

e un’altra Salamina

m’ha trascinato a questo litorale.

La luna

è uscita come Afrodite dal mare:

ha sbiadito le stelle del Sagittario, mira al cuore

dello Scorpione, e già tramuta tutto.

Dov’è la verità?

Ero anch’io “sagittario” alla guerra:

il mio destino,

quello d’un uomo che fallì bersagli.

Usignolo poetico,

era così la notte, sulle rive di Pròteo:

t’udirono le schiave spartane15, e trassero lamento:

fra loro - chi l’avrebbe detto? - Elena!

Quella cui lunga caccia demmo sullo Scamandro16.

Era sugli orli del deserto. La toccai, mi parlò:

“Non è vero” gridava “non è vero.

Non andai sulla nave azzurra-prora.

Piede non posi mai sulla gagliarda Troia”17.

Altocinta, col sole nei capelli,

e quel suo portamento,

ombre e sorrisi ovunque

sugli omeri sui fianchi sui ginocchi:

pelle viva, e quegli occhi

con le palpebre immense,

era là, sulla proda d’un Delta.

E a Troia? Nulla,

nulla a Troia - un fantasma18.

Volontà degli dei.

E Paride si giacque con un’ombra

quasi che fosse cosa salda19; e noi

ci sozzammo per Elena, dieci anni20.

Sulla Grecia piombò grave travaglio.

Tanti corpi gittati

nelle fauci del mare, nelle fauci

della terra, e le anime

consegnate alle mole, come grano.

I fiumi si gonfiavano, tra la melma, di sangue

per un fluttuare di lino, una nuvola21,

per uno scarto di farfalla, una piuma di cigno,

per una spoglia vuota, per un’Elena.

E mio fratello?

Usignolo usignolo usignolo,

che cos’è dio? cosa non-dio? che cosa

tra l’uno e l’altro?22


“A Platres non ti fanno dormire gli usignoli”.

Flebile uccello,

a Cipro baciata dal mare

che m’evoca - è la mia sorte - la patria

sono approdato solo, con questa bella favola,

se è vero ch’è una favola, se è vero

che l’uomo più non troverà

l’inganno antico degli dei;

se è vero

che a gran distanza d’anni, un altro Teucro

un altro Aiace, o un Priamo o un’Ecuba o un anonimo

ignoto, che abbia visto

tuttavia traboccare di corpi uno Scamandro,

non abbia questa sorte nel suo fato:

di sentire arrivare messaggeri

con la nuova che tanto travaglio, tante vite

son finite nel baratro

per una spoglia vuota, per un’Elena”.

Seferis in Elena rilegge in parte uno stasimo euripideo (Elena, 1106 e ss.), cantato da schiave greche:

“A te che stai sotto chiomate vallee / in sedi e luoghi musici / io leverò il mio grido, / a te, canoro usignolo dolce di suoni, / uccello bagnato di pianto: / qua reca i trilli tuoi / dalle fulve mascelle, con me / consorte di lamenti, / che di Elena i tristi guai / e delle Troiane vo / ricantando la sorte triste / sotto i colpi dei Greci. / Ché venne, ché venne chi corse col remo barbaro / le piane sonore del mare recando ai Priàmidi / il tuo talamo, Elena, e fu / quell’infame marito Alessandro: con lui / la scorta d’Afrodite.

Dei Greci, assai stanno nell’Ade, laggiù, / che l’anima spirarono / sotto le lance e i sassi / - tagliata la chioma ne fu di misere spose / né sposi più c’erano in casa. / Col fuoco illuminò / di barbagli lucenti l’Eubea / e molti Achei distrusse / il solingo nocchiero, che / su rupi Cafèridi / e su rive d’Egeo li spinse, / con una subdola stella. / Ai monti di Màlea che porti non hanno, i barbari / tra soffi d’inverno lontano da casa balzarono / con un dono non dono: ché / un oggetto di lite la nuvola fu, / lo spettro di Èra, ai Greci. Iddio che cos’è? cosa non dio? cosa c’è / di mezzo? Di che bandolo / venne l’indagine a capo? / L’uomo le cose di dio / vede che balzano e vanno / qua, poi di là, poi di qua / con giochi opposti d’esiti. / Ma tu da Zeus, Elena, nata non sei? / Sì, te quel tuo volatile padre da Leda creò. /

Vociferò contro te l’Ellade / “non fida, non giusta, non pia, traditrice”, e io non so / che cosa di chiaro nel mondo c’è / e degli dèi quale parola è vera. / Stoltissimi voi, cui nella guerra virtù / di forti lance arridono, / mentre cercate da sciocchi / la soluzione dei guai: / ché se la lotta di sangue / dà la sentenza, non ha / la lite umana un esito. / E Troia fu tomba cruenta per chi, / negandosi alla disputa, / lite violenta cercò. / Di quelli ormai l’Ade s’occupa; / le mura una fiamma, così come un fulmine, assalì / e pene su pene sopporti tu / tra questi guai, per i funesti eventi”. (trad. F.M. Pontani)

Anche Nikos Kazantzakis (1883-1957) si ispirò molto alla mitologia greca; egli tradusse l’Iliade, scrisse la tragedia Odisseo (1928) e compose - in versi di 17 sillabe - una originale Odissea (1938), l’opera della sua vita, in 24 rapsodie: Odisseo, dopo il ritorno ad Itaca, si sente insoddisfatto e decide di ripartire subito alla ricerca di nuovi stimoli; affronta nuove avventure e insidie, costruisce nel deserto una città utopica, si fa eremita e muore su un iceberg dell’Antartide. Nikos Kazantzakis nella sua Odissea tratta anche il mito di Elena: essa viene rapita nuovamente da Odisseo che la lascia a Creta per trovare lì marito, mentre lui riparte per la sua nuove ‘odissea’ che si conclude tragicamente nell’Antartide.

Anche Sotiris Skipis (1881-1952), poeta greco del Novecento, scrisse un componimento intitolato Elena.

Jannis Ritsos (1909-1991) fece splendide rielaborazioni in versi (estesi monologhi teatrali) di celebri miti antichi nella collana Quarta dimensione (1956-1972) 23, alcune tradotte in italiano: Agamennone, Oreste, Il ritorno di Ifigenia, Crisotemi, Persefone, Ismene, Aiace, Filotette, Elena, Fedra. Alcuni di questi monologhi che avevano una destinazione teatrale sono stati recitati in Italia.

In Elena24, Ritsos rappresenta il monologo esteso-confessione di un’Elena vecchia, malandata e piena di ricordi sulla via del tramonto irreversibile, una donna sola in punto di morte; la confessione di Elena si dispiega con un libero flusso di coscienza davanti ad un visitatore anonimo che rimane muto: i pensieri, le emozioni e i ricordi del tempo che fu si susseguono in maniera disordinata e libera. In pratica Ritsos compone il canto del cigno di Elena, ossia l’uscita di scena definitiva di Elena. Il testo drammatico di Ritsos presenta una certa originalità avendo una dimensione di spettacolo articolato in un singolo atto; la sua Elena si distacca notevolmente dai vari modelli; è una donna sempre dominante, ma anche attuale, una donna di oggi che sta valutando con straordinaria lucidità la propria esistenza. Ritsos segue sì le tracce della mitica Elena, ma presentandoci una donna ‘diversa’, consumata e turbata dai ricordi, in una scenografia di totale degrado.

La scena ‘tragica’ si apre con l’arrivo di un conoscente ’senza nome’ che la va a ritrovare dopo tanti anni. Nell’avvicinarsi alla casa in rovina si ricorda il loro precedente incontro.

Ora la ritrova vecchia25, decrepita e malridotta reclusa in una camera, bloccata dagli acciacchi del tempo su un letto, attorniata da donne di servizio quasi assenti, interessate e distratte, avendo accanto a sé i flaconcini delle medicine per l’insonnia, la paura, il ricordo, l’oblio, l’asma.

Il visitatore quasi stenta a riconoscerla ed Elena, accortasi, lo rassicura. Gli confessa che ormai si sente liberata dai propri morti e da se stessa.

Elena vuole sapere notizie, lo esorta a non corrucciarsi e a non rabbuiarsi per vani eroismi, cariche e fama, a non arrabbiarsi più, giacché è passato ormai il tempo degli antagonismi e dei desideri (”si sono prosciugati i desideri”), le cose e le parole hanno perso consistenza, si sono svuotate di senso; Elena lo supplica a trattenersi ancora con lei.

Elena riconosce l’inconsistenza delle cose e degli eventi, la vacuità e tristezza delle parole ‘innocenti, consolatorie, equivoche e illusorie’, ossia quelle con cui, noi stolti, nominiamo le cose che ci mancano, le cose che mai abbiamo visto, le cose ‘eterne’, illusi così di possederle, aggrappandoci a mere illusioni consolatorie.

Elena ormai ha ricordi sfumati del proprio passato; ricorda nomi familiari come semplici suoni confusi e lontani, echi di un passato spettrale e inerte; ritiene inutile inseguire le larve di un passato remoto e morto.

Elena ha difficoltà ad articolare le parole, sente la vacuità delle parole che adopera, quasi come se traducesse da una lingua sconosciuta.

Avverte comunque ancora in casa la presenza gravosa dei morti, presenze ingombranti e per niente gradite.

Tutto è senza senso, senza sostanza e consistenza: le ricchezze, le guerre, la fama, le invidie, i gioielli, la bellezza stessa, le leggende, gli amori, le prodezze. Il tempo infierisce su tutto in modo a volte impudico e sadico; tuttavia Elena si sforza ancora di mantenersi giovane, sottoponendosi a trucchi di ogni genere per fermare il tempo implacabile.

Morto il marito si è stancata di lottare contro la crudeltà del tempo; Elena, rimasta sola, non sfrutta più gli equivoci fondati sul travestimento e il maquillage, non applica più cosmetici e belletti per illudere e illudersi, per alterare e abbellire i tratti del viso segnati dal tempo; Elena, rimasta sola, non sfrutta più gli equivoci fondati sul travestimento e il maquillage, non applica più cosmetici e belletti per illudere e illudersi, per alterare e abbellire i tratti del viso segnati dal tempo; Elena non tende più tranelli - cavalli di Troia - per ingannare il tempo impietoso; si rende conto dell’inutilità di ogni sforzo contro la fugacità e caducità della fama e di ogni vittoria effimera.

Elena interrompe spesso la sequenza cronologica della narrazione biografica quando vuole inserire alcuni antefatti, o quando vuole rievocare qualche episodio che riemerge nella memoria. Altre volte nel suo monologo-confessione ricorre anche a interruzioni della sequenza cronologica per anticipare eventi successivi.

Elena avverte che sta per perdere anche la memoria della propria vita, come se non le appartenesse più, come se le fosse ormai estranea.

Tutto ormai dimenticato, passato irreversibilmente. Elena ricorda senza coinvolgimenti emotivi le vicende della propria vita. Solo un ricordo si staglia nitido e netto: il ricordo di quel tramonto in cui, giunta alle porte occidentali di Troia (porte Scee), si mise a osservare, solitaria e irraggiungibile, passeggiando sopra le mura alte, gli eroi achei e troiani e il duello tra i due pretendenti, Paride e Menelao26.

Elena rammenta la noia a Sparta dopo il ritorno da Troia: chiusi in casa, soffocati da cataste di bottini ammucchiati dopo tante guerre, i due sposi ricongiunti venivano agitati da ricordi sbiaditi e molesti che riaffioravano alla memoria, mentre riecheggiavano, insieme al borbottio delle pentole in ebollizione - in cucina - e agli schiamazzi - nel pollaio - di un gallo, degli esametri dattilici dalla terza rapsodia dell’Iliade. Elena sembra una piccola donna sul viale del tramonto che si strugge lentamente mentre remote reminiscenze riaffiorano nella lunga confessione in maniera confusa: i ricordi sembrano ’simplegadi’ interiori che non comprimono ma soffocano. Questo brano ricorda un po’ Omero: Elena, secondo il racconto omerico del suo pentimento27, riconobbe Odisseo, mentre gli faceva il bagno e lo ungeva d’olio, quando egli riuscì ad entrare di nascosto, travestito da schiavo e mendico, nella rocca dei Teucri.

Elena rammenta ancora con nostalgia Odisseo, ormai avvolto nelle tele tessute dalla moglie, la sgraziata e grassoccia Penelope. Elena in questo suo monologo fa analisi con una punta di malinconia e di amarezza, facendo riemergere una quantità di reminiscenze, quasi un delirio di divagazioni, seppure controllate. Ritsos rielabora il mito, proponendoci un’Elena che non nasconde il piacere per l’affabulazione, per lo sfogo liberatorio.

Alla fine della sua lunga confessione, Elena si sente svuotata, quasi liberata da un peso. Ormai non ha più bisogno di parlare. Ha sonno. E congeda il visitatore. Vuole chiudere gli occhi per non vedere né fuori né dentro di sé; vuole dimenticare la paura del sonno e la paura della veglia. Elena adesso tace. Forse si è addormentata finalmente. L’altro, sempre in silenzio, si alza, scende le scale e sta per uscire all’aria aperta. Ma improvvisamente sente delle voci concitate, le luci si accendono. E lui rientra con un forte presentimento. Le donne di servizio si mostrano per la prima volta indaffarate. Escono ed entrano dalle stanze. Elena sta immobile ed esanime sul letto. Qualcuno telefona, arrivano i vicini, la polizia. Poggiano la morta su una lettiga e la portano ad una unità di medicina legale. La polizia sigilla la casa, in attesa di rintracciare gli eredi che non esistono. Il silenzio avvolge finalmente la casa.

Il visitatore si volge indietro e guarda la casa vuota. La luna illumina le statue di Elena nel giardino. Ed egli si chiede dove andare ora che non c’è più Elena.

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