Questo sito contribuisce alla audience di

Un mestiere chiamato scrittura

Apollonio Rodio e l’evoluzione dell’epica antica

In un’errata concezione diacronica, età arcaica ed ellenismo si trovano, nella mente di molti, sostanzialmente appaiati, come se non ci fossero battaglie e libri a solcare tra i due momenti un divario incolmabile.

Eppure, riscrivere epica cinquecento anni dopo Omero, in un contesto come quello ellenistico, che aborriva intrecci complessi e lungaggini, fu per Apollonio Rodio un sfida difficile.

Da un lato, era schiacciato dal nome stesso e dalla fama dei poemi omerici, dall’altro era inibito da una trasformazione della performance ormai pienamente compiuta: l’aedo e la sua oralità erano stati senz’altro sostituiti dai modi raffinati della scrittura.

Una scrittura, quella greca, che nacque libera e divenne serva, del denaro dei sofisti prima, delle corti e delle committenze ellenistiche poi. Non ci sono muse che cantano, non ci sono dee che raccontano nell’età alessandrina: il ruolo del poeta come portavoce della parola divina è desacralizzato; il suo dire, condizionato dall’ambiente dotto delle biblioteche, viene circoscritto dall’agorà al microcosmo.

Non è più il poeta a farsi ypophetès, profeta delle Muse: al contrario, sarà la divinità che, ascoltando e giudicando il prodotto dello scrittore, lo accoglierà o lo escluderà dall’Elicona.

Se prima l’aedo doveva comunicare, spiegare o trasmettere conoscenza, con lessico e formularità adeguati all’ampia utenza, con l’Ellenismo il poeta trasuderà erudizione. I poemi omerici erano stati violati; le parole degli antichi cantori, catturate su carta, erano state violentate alla ricerca di eziologie, etimologie, nessi strutturali; Omero era diventato un cadavere da vivisezionare in nome della filologia.

Apollonio Rodio sapeva tutto dei poemi omerici: il suo approccio all’epica è giocato, per utilizzare le parole di Alessandra Romeo, sull’imitazione e sullo scarto dalla norma omerica, sul registro di una creatività tanto più raffinata e implicita quanto più condizionata dalla fedeltà al modello.

Più che il prodotto di una imitatio- aemulatio, le Argonautiche è un montaggio colto e letterario compiuto riprendendo ed attualizzando le tecniche compositive antiche.

Per questo Klein, pur concordando sulla sostanziale assenza di leptotes, di leggerezza, e di semnotes, di solennità, nelle Argonautiche, non vi riconosce i tratti pesanti e aborriti del mega biblion, del grande libro che, secondo la notissima equiparazione callimachea, è anche un mega kakon, un grande male.

Citazioni ed echi letterari si susseguono ammiccanti, instaurando una sfida con il lettore, che spesso si riduce al puro cerebralismo. La narrazione prosegue per quadri, è fatta di scene giustapposte senza fusione, con esiti narrativi molto disomogenei. Le emozioni, rare ma intense, vengono però trasmesse solo quando Apollonio Rodio si avventura in campi tematici sconosciuti ai problemi omerici e parla di amore, di turbamenti, di embrionale psicologia.