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La scuola tra passato e futuro

Studenti di ieri, ragazzi di oggi

Scricchiola, vacilla, si incrina, sta per toccare il fondo. Dopo aver destrutturato se stessa per incontrare il plauso interessato delle famiglie, la scuola non piace più.

Il cipiglio del docente, l’ansia dell’interrogazione, il timore di resocontare ai genitori hanno sempre vessato gli alunni di ogni epoca: alla reverenza si è però oggi sostituita la noia.

Quando ero studentessa, i pomeriggi di studio e gli stress in classe erano compensati dalla soddisfazione intellettuale quando si “imbroccava” il senso di una versione difficile o quando un autore classico si svelava e trasmetteva emozioni.

C’era una guerra fredda con i professori: nella presunzione titanica propria degli adolescenti, eravamo tutti convinti che i nostri insegnanti non fossero poi così colti e le nostre sfide all’autorità erano fatte di domande insidiose, di riferimenti a testi non scolastici sconosciuti al docente, di ammiccamenti tra noi alla sua minima incertezza.

Ci sentivamo corpo unico contro l’autorità: se il professore aveva l’arma del registro, noi usavamo le risatine, gli sguardi significativi come proiettili per colpire ogni suo lapsus.

Si ergeva dalle brutture della scuola IL PROFESSORE, il punto di riferimento della classe, che colpiva la fantasia e incendiava i cuori per la passione che sapeva trasmettere, per il fascino che emanava quando si calava e ci calava nelle atmosfere rarefatte del passato e ci portava a vivere ambienti e vite non nostre, regalandoci nuove identità, ponendoci nuovi dubbi e regalandoci sapere.

Ho rivissuto queste emozioni leggendo il recentissimo Quale eccellenza? Intervista sulla Normale di Pisa, nostalgico saggio di Salvatore Settis, che racconta di quell’istruzione antica schiacciata e agonizzante oggi per le recenti riforme nel sistema scolastico.

Oggi, l’insegnamento inteso come trasmissione di conoscenze non va più di moda. Nel mansionario della mia scuola, al docente vengono attribuiti i compiti più disparati, codificati con precisione: controllare le assenze, verbalizzare sul registro personale e su quello di classe, sovrintendere alle giustificazioni…ebbene, non un solo cenno è rivolto alla qualità dell’insegnamento.

Eppure ho la fortuna di insegnare nella scuola più rigorosa di una città colta. So per esperienza a quali brutture si abbassino istituti meno prestigiosi del mio, pur di soddisfare le famiglie e vincere quella gara di iscrizioni senza esclusioni di colpi: gite di istruzione, settimane brevi, ore da cinquanta minuti…tutto è utilizzato dalle scuole concorrenti per richiamare un’utenza che verrà coccolata, divertita, rassicurata, ma non formata.

Il risultato è una generazione apatica, senza obiettivi e senza entusiasmi. Sono convinta che molti alunni, se anche l’insegnante esordisse con una corbelleria lapalissiana, l’annoterebbero negli appunti senza battere ciglio, perché, ormai, il docente è considerato un vecchio grillo parlante, che sa mille cose inutili e che va tollerato per gentile concessione.

Solo di fronte alle difficoltà, alle problematiche e ai ragionamenti, rivive nei giovani di oggi un lampo di quella sfida che ha animato noi. Per questo, sarò pure una pessima insegnante, ma non propinerò mai lezioncine prefabbricate o moduli stantii per apparire aggiornata. La scuola deve trasmettere l’amore per i classici e il gusto per la logica: di ambiente, droga, politica, gossips si parli fuori dall’aula.