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Le corna di Minosse

All’origine di un popolare modo di dire

John Evans, riportando alla luce i resti dell’antica civiltà minoica, ha dimostrato che minosse era un nome comune, con cui venivano designati i sovrani, o almeno una dinastia salda in trono per secoli.

Peccato! L’idea di un re cretese giusto e risoluto pur nelle sue disavventure familiari fu tanto affascinante che persino Dante lo prelevò di peso dalla mitologia per farne il giudice designato per la destinazione finale delle anime dei dannati, posto, guarda caso, nel secondo girone, subito prima che uno stormo di libidinosi sconti il fio delle proprie colpe.

La vita di Minosse fu infatti ossessionata dal sesso, fin dalle sue immor(t)ali origini, dai lembi di Zeus che insidiò Europa nelle sembianze di un candido toro, damascato da un’unica striscia nera che partiva dalle piccole corna preziose, e, catturatala, la violentò a Creta e lì l’abbandonò.

Mosso dalla compassione e dall’amore, il re dell’isola, Asterio, sposò la fanciulla e ne adottò la prole divina, accettando come suoi i tre figli nati dallo stupro, Minosse, Radamanto e Sarpedone.

Minosse, con gli auspici divini, succedette al patrigno: a dimostrazione del favore celeste, infatti, comparve dal mare un magnifico torello bianco, tanto bello che fu salvato dal sacrificio rituale e mandato al pascolo con la mandria.

Questo toro fu all’origine dell’imbarazzo di Minosse. Pare infatti che la bella moglie Pasifae fosse improvvisamente colpita da feroci attacchi di ninfomania, probabilmente per una vendetta di Afrodite, offesa, come poi succederà a Fedra, dalla scarsa considerazione dimostrata dalla donna per l’amore sensuale. Altri vogliono che il dio irato sia stato Poseidone che avrebbe voluto in sacrificio il bel toro.

Fatto sta che iniziarono per il sovrano giorni terribili: la sua insaziabile moglie ne stava mettendo a dura prova la credibilità come uomo e come marito. Esiliarla a Gortina, dove non avrebbe trovato baldanzosi pretendenti per la sua smania, fu una necessità.

Di maschio, lì, c’era solo il toro e di lui Pasifae si innamorò. Per sedurre l’animale, con l’aiuto di Dedalo, si introdusse in una statua vuota raffigurante una vacca e con quella bardatura invogliò il pacifico ruminante. Il frutto di quell’amplesso mostruoso fu una creatura metà uomo e metà toro, il Minotauro appunto.

Inutile dire che Minosse, prontamente informato, invocasse sull’increscioso episodio il segreto di stato: chiunque avesse anche solo accennato alle avventure extraconiugali di Pasifae sarebbe stato punito con la morte. Per questo, i cretesi cominciarono ad alludere alla vicenda facendosi l’un l’altro il segno delle corna (simbolo del toro) quando Minosse passava tronfio in mezzo a loro e il gesto sopravvive anche oggi per indicare un adulterio in famiglia.

Ma che cosa c’è al di là del mito? Già agli scrittori classici questa promiscuità ripugnò: nel Teseo, Euripide ipotizza che Tauro fosse il nome di un uomo, dell’amante di Pasifae. Secondo Pausania, invece, l’amplesso bestiale simboleggiò l’unione tra la sacerdotessa della Luna (che portava corna di vacca) e il re Minosse stesso, che esprimeva il suo potere ornandosi con corna di toro, animale sacro a Creta.

In ogni caso, il mito rimanda a quel confuso momento in cui il culto degli animali (zoomorfismo) si trasformò nell’antropomorfismo (cioè nell’ideazione di dei dai connotati psicosomatici umani) di cui abbiamo cenni vaghi anche nelle più tarde sillogi greche.