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Considerazioni di un uomo qualunque

Plutarco e la cultura greca

L’uomo qualunque che si sperde nella contemplazione del genio, il tranquillo ripetitore di massime altrui, il buon cittadino ossequiente e ossequioso: Plutarco non ebbe mai le pose e le movenze del grande letterato e non scomodò mai muse e dei per inneggiare al suo operato.

Fu un coscienzioso compilatore, che mai rivoluzionò le sue carte a fini autopropagandistici, ma che raccontò, come un buon professore, le gesta e le movenze altrui.

Appartiene ad un periodo di decadenza dello spirito creatore greco, ma la sua attività letteraria abbraccia e sintetizza ciò che la Grecia produsse nei secoli migliori. In un certo senso, le sue opere si pongono a consuntivo di un’escalation che coinvolse un’intera epoca.

Con la aretè di Omero, il mondo si fece palcoscenico dell’operato degli eroi, che, soli, appassionavano gli dei e con loro colloquiavano. Con Esiodo divenne protagonista l’uomo comune, con il suo spirito innovatore. I lirici stesero una prima tipologia umana; i tragici ne analizzarono le sofferenze, gli artisti proposero un’idea di armoniosa ed imperturbabile bellezza.

Con Isocrate ha inizio l’umanesimo greco, in cui la legge suprema di ogni incanto risiede nell’uomo, inteso come personalità autonoma, che trova tramite l’io (e forse, travalicando se stessa, al di là dell’io) la realizzazione del suo essere.

Questa povera Grecia, ridotta a provincia romana, sostituisce a stento la propria campanilistica idea di polis con un orizzonte sopranazionale: il compilatore prende il posto del genio, l’eccezione lascia il posto alla regola, la retorica neosofistica trionfante prepara la decadenza.

Il letterato non crea più, ma commenta le opere dei grandi del passato: nel mirino di ogni intellettuale alla verità si sostituisce la saggezza. Le scuole di pensiero non si affrontano dialetticamente, ma si combattono e si schiacciano; con le rivalità e le polemiche subentra il discredito, che coinvolge anche le religioni tradizionali.

In questa crisi di valori, irrompe Plutarco con i suoi buoni sentimenti e si fa non capofila di una corrente, ma medico delle anime allo sbando. Lo descrive bene Greard quando scrive: “ Plutarco mette la virtù alla portata di tutti; il suo scopo è di formare uomini, non eroi. Di contro a stoici ed epicurei non una virtù acquistata a prezzo della felicità né una felicità che non costi alcuno sforzo di virtù.”

Per questo, pur nella sua ingentissima produzione letteraria, non scrisse mai IL capolavoro: egli ammirava dall’esterno gli ingegni e le passioni dei grandi uomini, ma propugnava per se e per gli altri ideali più modesti, vissuta all’ombra della storia e della civiltà. Scrisse degli uomini più significativi, ma non li capì mai ed interpretò gesta e frasi come aneddoti senza pathos e senza sale, vissuti isolatamente e non legati fra loro da quell’insieme di cause e di effetti che è al vita dell’uomo.

C’è contrasto tra le pulsioni eroiche nelle Vite e i morigerati insegnamenti delle opere morali, che lasciano spazio ad una visione più dimessa e quotidiana dell’esistenza. Eppure, proprio questo scrittore bonario e retorico è indispensabile per lumeggiare un mondo eroico che andrebbe in frantumi, risucchiato dalla tirannia del tempo, se non ci fossero i Plutarco a trasmetterlo ai posteri.