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Perché ho scioperato il 15 novembre

Scuola e movimenti sindacali

Nel fremito masochista che sempre ha contraddistinto la nostra categoria, abbracciamo lo sciopero come estrema forma di protesta verso una riforma che abbrutisce e svilisce la classe docente di oggi e la società di domani.

Avremmo mille modi più potenti e meno onerosi per comunicare al mondo il malcontento che serpeggia nelle sale docenti: potremmo bloccare l’adozione dei libri di testo, per esempio, e i vantaggi non sarebbero pochi.

Colpiti nel cuore della loro economia, i parlamentari, che in questa Repubblica delle Banane controllano anche l’editoria e la stampa, rivedrebbero sicuramente certe posizioni demagogiche e discriminatorie e si accorgerebbero che tagliare oggi i fondi per la scuola significa ipotecare il futuro lavorativo del Paese.

Non perderemmo niente. I libri di testo brillano di solito per la loro inconsistenza: notizie non sempre corrette ed esposte con malagrazia e senza pathos, esercizi e temi di versioni scopiazzati da un testo all’altro e brulicanti di errori ed inesattezze, esemplificazioni incomprensibili, esercizi umilianti, prezzi ingiustificati.

Per di più, i ragazzi avrebbero accesso al pluralismo di informazioni che la biblioteca fornisce e imparerebbero a non considerare dogmatiche le banalità su cui pontificano certi maldestri curatori.

O meglio, potremmo boicottare le gite scolastiche. Danni per gli operatori turistici e quindi per il Governo, malcontento tra le famiglie, tranquillità per noi che, con indennità di missione risibili, siamo responsabilizzati 24 ore su 24 dei comportamenti di un’intera classe in terrotori che non conosciamo.

Semplicemente, potremmo sospendere gli scrutini. Se il voto è ormai il perno su cui ruota l’intera struttura scolastica, se governo e famiglia non ci chiedono altro che una firma sulle pagelle, è questo che dobbiamo negare.

Se i nostri stipendi sono equiparati a quelli dei lavoratori diplomati, nonostante, per l’accesso all’insegnamento, siano stati richiesti titoli e superati esami che nulla hanno da invidiare a quelli delle professioni più retribuite, potremmo non far lezione, in una sorta di sciopero bianco dalle attività intellettuali che non ci sono riconosciute. Se ci pagano come baby sitter non pretendano che insegniamo i rudimenti della logica o che trasmettiamo l’arte dello scrivere e del ragionare.

Eppure, i sindacati ci ripropongono lo sciopero. Io sto a casa, oggi, ma la giornata mi viene detratta al lordo e, se moltiplichiamo la cifra per i migliaia di colleghi che stanno scioperando, ne consegue quasi un guadagno economico per lo Stato.

Ho fatto danni? Non credo. I miei alunni saranno ben lieti di un giorno di vacanza insperato e la loro preparazione non ne sarà inficiata perché domani tornerò tra i banchi a farmi in quattro per chiarire, spiegare, indirizzare.

Abbiamo molto da chiedere, non per noi, ma per la società: vogliamo classi meno numerose, continuità didattica, stipendi adeguati alla media europea.

Non li otterremo con un giorno di astensione non retribuita dalle lezioni, ma scioperiamo oggi perché il sindacato provveda ad organizzare forme più incisive di protesta.