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I greci preferiscono le bionde...

Un'interessante ipotesi di Adriano Romualdi

E’ stato Reche a osservare che mai i Greci avrebbero adoprato la parola
“arcobaleno” (iris) per designare l’iride della pupilla (come i Tedeschi:
Regenbogenhaut = iride) se avessero avuto occhi scuri. Solo un popolo con
occhi azzurri, o grigi, o verdi può chiamare l’occhio “arcobaleno”: il
prisco ceppo degli Elleni apparteneva perciò alla razza nordica.

Frequenti nelle fonti greche sono gli aggettivi xanthòs e xoutòs “biondo” ,
pyrrhòs “fulvo” e “chrysoeidés” “aureo”, riferiti ai capelli di uomini o
Dei, aggettivi che corrispondono perfettamente al latino flavus, fulvus e
auricomus. Diffuse anche espressioni come chrysokàrenos “testa bionda”, o
chrysokóme “chioma d’oro”. Lo stesso progenitore degli Ioni e degli Achei
sarebbe stato Xoutòs, “il biondo”,
fratello di Doro e figlio di Elleno,
mitico capostipite della stirpe greca.
Che xanthòs significhi veramente “biondo” è rilevabile da Pindaro che chiama
xanthos il leone, Bacchilide il colore del grano maturo (III, 56) mentre
Platone nel Timeo (68 b) ci spiega che xanthòs (il giallo) si ottiene
mescolando “lo splendente col rosso e col bianco” e Aristotele (Dei colori,
I, I) afferma che il fuoco e il sole van detti xanthòs. Che i bambini dei
Germani ai Greci già snordizzati apparissero “canuti” non sorprenderà se si
tiene presente quel biondo platino quasi bianco di cui sono spesso i capelli
dei bambini di pura razza nordica.
Il significato di xanthòs come “biondo” ci è dato da qualunque dizionario
greco.
Come è stato spesso notato, gli eroi e gli dei d’Omero sono biondi: Achille,
modello dell’eroe acheo, è biondo come Sigfrido, biondi sono detti Menelao,
Radamante, Briseide, Meleagro, Agamede, Ermione. Elena, per cui si combatte
a Troia, è bionda, e bionda è Penelope nell’Odissea. Peisandro, commentando
un passo dell’Iliade (IV, 147), descrive Menelao xanthokòmes, mégas én
glaukòmmatos “biondo, alto e con gli occhi azzurri”. Karl jax ha osservato
che tra le dee e le eroine d’Omero non ce n’è una che abbia i capelli neri .
Odisseo è l’unico eroe omerico bruno, ma l’abitudine a ritrarre gli eroi
biondi è così forte che in due passi dell’Odissea (Xlll, 397, 431) anche lui
è detto xanthòs. E, d’altronde, Odisseo si differenzia anche per i suoi
caratteri psicologici, segnatamente per la sua astuzia: Gobineau vedeva in
lui l’eroe “nella cui genealogia il sangue dei guerrieri achei si è fuso con
quello di madri cananee”. In genere però, il disprezzo dei Greci d’epoca
omerica per il tipo levantino, è scolpita dal loro disprezzo per i Fenici,
bollati come “uomìni subdoli”, “arciimbroglioni” (Iliade XIX, 288).

Tra gli dei omerici, Afrodite è bionda, come pure Demetra. Atena è, per
eccellenza, “l’occhicerulea Atena”. Il termine adoperato è glaukopis, che
certo è in relazione anche col simbolismo della civetta, sacra alla dea
(glaux = civetta: occhi scintillanti, occhi di civetta), ma che in senso
antropomorfico vale “occhicerulea”: Aulo Gellio (Il, 26, 17) spiega glaucum
con “grigio-azzurro” e traduce glaukopis con caesia “die Himmelblduaugige”.
Pindaro completa il ritratto omerico della dea chiamandola glaukopis e
xanthà. Apollo è phoibos “luminoso, raggiante” e anche “xoutòs”. Era, sposa
di Zeus e modello della matrona ellenica, è leukòlenos, “la dea dalle
bianche braccia”, tipico tratto della bellezza femminile della razza nordica
. Bianche braccia, piedi d’argento, dita rosate, e altri caratteristici
aggettivi che rimandano a un colorito chiaro, sono frequenti nei poemi
omerici

Anche Esiodo ci parla d’eroi e dì dei biondi: biondo è Dioniso, bionda
Arianna, bionda Iolea. La connessione dei canoni estetici d’età arcaica con
l’ideale nordico si ricava anche dall’ importanza attribuita all’altezza:
kalos kai mégas sono due aggettivi che van sempre insieme. Nella descrizione
di Nausicaa e di Telemaco nell’Odisseo, si sente che l’alta statura è quasi
sinonimo di nobile nascita. E’ lo stesso modo di sentire del nostro
Medioevo, che ha dipinto tutte le donne bionde e che poneva come condizione
della loro bellezza la grandezza della persona (”grande, bianca e fina”),
anch’esso per l’influenza d’una aristocrazia d’origine nordica, germanica.

In epoca classica, nomi come Leukéia, Leukothea, Leukos, Seleukos (da leukòs
“Bianco”) alludono al colorito chiaro, così come Phrynos e Phryne a pelli
bianche e delicate, come anche i nomi Miltos, Miltìades, e Milto. Galatéia
(da gàla-gàlaktos =latte) è “quella dalla pelle di latte”. Rhodope e
Rhodopìs quelle dalla “pelle di rosa”. Non rari i nomi Xanthòs, Xuthìas,
Xanthà, come anche Phyrros “fulvo” (da pur = fuoco) e Pyrrha sposa di
Deucalione e mitica progenìtrice del genere umano.
Verosimilmente le stirpi doriche, ultime venute dal settentrione, e in
particolare gli Spartiati, rigorosamente separati dal popolo, dovettero serbare a lungo caratteri nordìci. Ancora nel
V secolo, Bacchilide loda le “bionde fanciulle della Laconia”; due secoli
prima Alcmane, nel famoso frammento (54) aveva cantato la fanciulla spartana
Agesicora “col capo d’oro fino e dal volto d’argento”. Anche le abitudini
sportive delle Spartane, il loro costume di fare ginnastica insieme con gli
uomini, ci parlano d’una femminilità acerba e atletica che meglio s’immagina
in fanciulle di razza nordica che in quelle di razza mediterranea. Eustazio,
(IV, 141) vescovo di Salonicco, commentando un passo dell’Iliade, ricordava
come la bíondezza avesse fatto parte dell’essere spartano. La cosiddetta
“fossa dei Lacedemoni” ci ha restituito gli scheletri di 13 Spartani
appartenenti alla guarnigione messa in Atene alla fine della guerra del
Peloponneso: tre sono quelli di uomini molto alti (1,85; 1,83; 1,78), gli
altri di statura superiore alla media, il più piccolo misura 1,60.
Breitinger, che ha studiato questi resti scheletrici, rinviene in essi,
“almeno una forte impronta nordica”. Ricorderemo che Senofonte segnalava
l’alta statura dei Spartani.

Anche le stirpi ioniche, nonostante risiedessero da più tempo sulle rive del
Mediterraneo - fatto che aveva condotto a una notevole mescolanza
dell’elemento nordico con quello occidentale-mediterraneo - dovettero
serbare, specie nell’aristocrazia, un certo ideale nordico. Nel cimitero del
Dypilon, in età geometrica, si nota un incremento di brachicefali
centroeuropei a spese dei dolicocefali mediterranei. Non si dimentichi che
il geometrico nasce in Attica, esattamente come il gotico nasce in Francia,
e così come sarebbe incauto affermare che la Francia non sia stata
germanizzata solo perché la lingua è rimasta latina, così sarebbe azzardato
sostenere che la migrazione dorica non abbia penetrato l’Attica.

Nel VII secolo Solone ci parla d’un Crizia - antenato di Platone - coi
capelli biondi, “xantothrix”, e Platone stesso nel Liside e nella Repubblica
ci parla della biondezza come qualcosa di non particolarmente raro. I
tragici d’età classica, e particolarmente Euripide, ci mostrano una quantità
d’eroi e d’eroine bionde. Nelle Coefore di Eschilo (v. 176, 183, 205) la
bionda Elettra rinviene un capello biondo presso il sepolcro del padre, e,
poco più in là, ravvisa un’orma del piede particolarmente grande e ne deduce
che debba trattarsi di suo fratello. Ridgeway per primo suppose che la saga
d’Elettra serbasse un’eco della contrapposizione d’una aristocrazia nordica
molto più alta delle plebi mediterranee .
Nell’Elettra di Euripide (v. 505 e sgg.) apprendiamo che la biondezza è
caratteristica degli Atridi, e nell’Iligenia in Tauride, Ifigenia (52/53)
ricorda il padre Agamennone “col crine biondo ondeggiante sul capo”. Lo
stesso Euripide ci mostra biondi Eracle, Medea, Armonìa. Il Sieglin ha
notato che nei livelli dell’Acropoli ìnferiori alla distruzione persiana si
trovano costantemente statue con capelli dipinti d’ocra gialla o rossa e
occhi in verde pallido: è noto il famoso “efebo biondo”. In genere, in tutta
l’epoca classica, si mantenne l’usanza di dipingere di biondo i capelli
delle statue: Filostrato, nel suo libro sulla pittura (Eikones), scrive che
“la pittura dipinge un occhio grigio, l’altro azzurro o nero, i capelli
gialli, o rossi, o fulvi”. Anche la grande Athena Parthenos che sorgeva
accanto al Partenone era bionda, ed è stato osservato che l’arte
crisoelefantina sorge per ritrarre un’umanità fondamentalmente chiara. Il
tipo ritratto dalla plastica ellenica è essenzialmente nordico: “Nelle
figure maschili, la grandezza d’animo (megalopsychìa) d’un tipo umano
superiore e capace d’una contemplatività spassionata, in quelle femminili il
nobile ritegno, l’acerba e pudica ritrosia d’un’anima nobile di razza
nordica” (116).

Anche le statuette di Tanagra, analizzate dal Sieglin, si rivelano bionde al
90%, il che non ci sorprenderà gran ché se Eraclido Critico ancora nel III
secolo scriveva delle donne della beotica Tebe: “Sono per la grandezza dei
corpi, l’andatura e i movimenti, le donne più perfette dell’Ellade. Hanno
capelli biondi che portano annodati sul capo” (Bios Hellados, 1, 19). Una
particolare biondezza delle tebane non meraviglia se si considera la
penetrazione tracia nell’area eolica, successiva alla migrazione dorica e
connessa all’introduzione della cavalleria, le cui tracce linguistiche si
avvertono anche oltre l’Adriatico, tra gli Iapigi. Teodorida di Siracusa
(Antologia Palatina, VII, 528 e) ci descrive le fanciulle della beotica
Larissa che si tagliano le bionde chiome per la morte d’una concittadina.
Anche la colonizzazione eolica avrà diffuso caratteri nordici se si pensa
che Saffo chiama la figlia Cleide chryseos (frammento 82). La stessa Saffo è
chiamata da Alceo (framm. 63) ioplokos, “col crine di viola”, che viene
comunemente tradotto “bruna”. In realtà, come ha mostrato il Sìeglin, prima
del IV secolo, epoca che segna il disseccamento dell’Ellade e la scomparsa
dei boschi, in Grecia esisteva solo la specie gialla della viola (viola
biflora), quella stessa che oggi cresce in Baviera e in Tirolo. Ióplokos va
tradotto perciò con “bionda”: che Saffo fosse “piccola e nera” (mikrà kai
mélaina) è una tarda leggenda .

Che anche la grecità di Sicilia avesse con sé caratteri nordici potrebbero
suggerirlo quelle fonti che ci descrivono Dionigi, tiranno di Siracusa,
biondo e con le lentiggini. In genere, la menzione di tanti biondi tra le
figure d’un certo rango, convalida l’idea del Sieglin che “blond galt als
vornehm”.

In genere, nel V secolo la biondezza doveva esser ancora sentita come
qualcosa di tipico per il vero elieno se Pindaro, nella nona Ode Nemea (v.
17), rivolto agli Argivi presenti, celebra i “biondi Danai”. D’altronde.
ancora Callimaco (Inni V, 4), due secoli dopo, poteva esortare le donne di
Argo: “affrettatevi, affrettatevi o bionde pelasghe!”. Bacchilide, nell’ode
a un vincitore degli stessi giochi nemei, loda i mortali, uomini dell’Ellade
tutta, che “con la triennale corona velano le teste bionde”. Lo stesso
Bacchilide, in un frammento (V, 37 e sgg.), menziona dei “biondi vincitori”
xanthotricha nikasanta. La grande arte classica, che data da questo secolo,
ha ritratto quel tipo alto, con tratti fini e regolari, che è proprio della
razza nordica, e quale oggi si può trovare compattamente solo in alcune
regioni contadine della Svezia. Anche la razza mediterranea ha tratti
regolari, ma è di piccola statura, e quell’impronta più fiera, quel
modellato più energico del naso e del mento che fanno la fisionomia
classica, sono da ricondursi alla razza nordica:

“Ancora Aristotele scrive nella sua Etica Nícomachea che per la bellezza si
richiede un corpo grande, di un corpo piccolo sì può dire che sia grazioso e
ben fatto ma non propriamente bello. Questo corpo piccolo e grazioso è
essenzialmente quello mediterraneo, come appare a uomini di sentire nordico.
Per la sensibilità nordica il contenuto fisico e spirituale della razza
medìterranea non è sufficiente ad attingere la vera ‘bellezza’, perché qui
per la bellezza si richiede una certa gravità interiore, una grandezza
d’animo che dai Greci di sensibilità nordica fu sintetizzata nel concetto
della megalopsychìa… La figura mediterranea agli occhi dell’uomo nordico
apparirà sempre troppo leggera e troppo inconsistente perché i suoi tratti
fisici siano ammirati come “belli” .

Nordiche sono la metriótes, la misurata dignità, la enkrateia, la padronanza
di sé, la sofrosyne, la coscienziosa ragionevolezza, in cui lo spirito greco
ravvisò la sua essenza profonda. L’apollineo e il dionisiaco, questi due
poli della civiltà ellenica esplorati da Nietzsche, altro non sono che
l’anima nordica delle élites indoeuropee e la sensibilità spumeggiante delle
plebi mediterranee.Dionisiaco è l’entusiastico, lo spumeggiante, il piacere
chiassoso e l’indomita ferocia dell’antico Mediterraneo; apollineo il tono
sublime, la saggia ponderazione, la pronta decisione del Nord.

Ma è proprio nel V secolo, estremo equilibrio dello spirito greco, che la
bilancia s’inclina. La crisi delle aristocrazie maturava già da almeno un
secolo e Teognide - che in un frammento ricorda la sua gioventù, quando “i
biondi riccioli gli cadevan dal capo” - aveva già maledetto la mescolanza
del sangue, rovina delle antiche schiatte. Il ceto dirigente ateniese andava
incontro alla snordizzazione per l’afflusso di sangue meteco, plebeo,
levantino. La conseguenza ne era il volgersi dei migliori ateniesi al
modello spartano. Senofonte addirittura si trasferì a Sparta. Platone
laconeggiava nella sua Repubblica, dove l’élite dei capi è educata come gli
Spartiati, e dove il nuovo stato poggia sull’eugenetica (unire i migliori ai
migliori, sopprimere i minorati, etc.) sì che l’ideale finale si configura
come allevamento di fanciulli secondo il modello dell’uomo perfetto, e guida
dello Stato da parte di un gruppo scelto per un tale compito. Ma anche
Sparta non superò indenne il conflitto peloponnesiaco, che ferì a morte la
sua nobiltà guerriera non meno di quel che la seconda guerra mondiale non
abbia logorato quella tedesca.E’ un fatto facilmente constatabile che
all’eliminazione del sangue più nobile -e da parte lacedemone era il sangue,
preziosissimo, dei nordici Spartiati- abbia considerevolmente contribuito la
guerra del Peloponneso. Alla battaglia di Leuttra, gli Spartiati finirono
col dissanguarsi completamente, sì che quello spartano poteva rispondere ai
soldati tebani entrati in Sparta che chiedevano “Dove sono dunque gli
Spartani”: “Non ve ne sono più, se no voi non sareste qui adesso”.

Il IV secolo è ancora un’epoca di splendore. Ma c’è nella sua luce qualcosa
di più caduco e raffinato che sta come la grazia morbida dell’Hermes di
Prassitele alle figure acerbamente eroiche dell’arcaismo e a quelle
maturamente solari del secolo V. In esso è l’elemento mediterraneo che torna
a parlare.In tutti questi caratteri, è stata giustamente ravvisata la
presenza di una specie umana più leggera e più leggiadra.

Di fronte a un’Ellade così fortemente snordizzata, non meraviglia che alla
fine del IV secolo l’egemonia sia passata alle regioni periferiche, alla
Macedonia. 1 Macedoni, consanguinei dei Dori, il cui nome dovrebbe
sìgnificare “gli alti”, dovevano conservare, accanto a una monarchia e a un
contadinato patriarcali, l’acerbità nordica delle origini. Alessandro, coi
suoi occhi azzurri scintillanti, con la pelle così rosea e delicata che lo
si poteva vedere arrossire anche sul petto, è una figura nordica. I Macedoni
costituirono l’estrema riserva della grecità, che permise nella fase
declinante della sua cultura - di espandere la sua civilizzazione per tutto
l’Oriente. Una certa fisionomia nordica dovette conservarsi a lungo
nell’aristocrazia macedone. Stratonica, figlia di Demetrio Poliorcete e
moglie di Seleuco I, era bionda, biondo era Tolomeo Filadelfo, come pure la
sorella Arsinoe, “simile all’aurea Afrodite”. In tutta l’epoca ellenistica,
l’ideale femminile continuò ad incentrarsi sulla xanthótes, sulla biondezza.
Ce lo ricordano i poeti (Apollonio Rodio, l’Antologia Palatina etc.), il
famoso epigramma “Eros ama lo specchio e i biondi capelli”, come pure il
fatto che tutte le etere d’alto rango d’epoca ellenistica (Doride,
Calliclea, Rodoclea, Lais) erano bionde.La frase… ‘i signori preferiscono
le bionde’ vale anche per il mondo maschile delle città ellenistiche.

Wilhelm Sieglin, che si è preso la pena di andare a scovare tutti i passi
delle fonti greche dove si parli del colore degli occhi e dei capelli, ha
potuto dimostrare che dei 121 personaggi della storia greca di cui gli
autori ci descrivono i caratteri fisici, 109 sono biondi, e solo 13 bruni.
Lo stesso Sieglin ha raccolto le descrizioni dei personaggi della mitologia:
delle divinità, 60 hanno capelli biondi, e solo 35 capelli scuri (di cui 29
numi del mare o degli inferi); degli eroi delle saghe, 140 sono biondi e 18
han capelli neri; dei personaggi poetici, 41 biondi e 8 neri . Da tutto ciò
sarebbe eccessivo dedurre che in tutte le epoche della storia greca i biondi
siano stati in così schiacciante maggioranza. Certo è però che erano
numerosi e, soprattutto, davano il tono alla classe dirigente.
Che un certo ideale nordico contrassegnasse il vero elleno fino ai tempi più
tardi, potrebbe confermarlo questa notizia del medico ebreo Adimanto,
vissuto all’epoca dell’Impero Romano. Egli scrive (Physiognomikà, 11, 32):
“Quegli uomini di stirpe ellenica o ionica che si son conservati puri, sono
di statura abbastanza alta, robusti, di corporatura solida e dritta, con
pelle chiara e biondi… La testa è di media grandezza, la pelosità corporea
inclinante al biondo, fine e delicata, il viso quadrato, gli occhi chiari e
lucenti … “. E tuttavia, il romano Manilio ormai ascriveva i Greci alle
coloratae gentes. Con la scomparsa della biondezza naturale, erano divenuti
di moda i mezzi artificiali di colorazione dei capelli, i xanthìsmata. Il
verbo xanthìzestai, “tinger di biondo”, passò ad indicare l’adornarsi, il
“farsi belli” per eccellenza. Ma non eran questi mezzi che potevano
arrestare il processo di snordizzazione del mondo ellenico.

Il tipo dell’elleno si avviava ormai ad estinguersi. Ad esso succedeva il
graeculus, lo schiavo astuto o lo scaltro retore, il trafficante o la guida
turistica, segnato dal marchio di quella furbizia levantina che lo fecero
sentire dai Romani come “inferiore”.