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Integrazione, non disintegrazione

INtorno al provocatorio intervento di Marcello Veneziani

Su Libero, oggi,  Marcello Veneziani ha voluto spiegare all’Italia quali efferati crimini siano attribuibili ai docenti, pericolosi scansafatiche che contrastano la Moratti  per arroccarsi ancora sui propri privilegi.

Ci sono affermazioni leggere che necessitano di risposta: non vorrei pubblicizzare un intervento che sembrerebbe il trionfo del pregiudizio, ma non posso tacere quando al danno di uno stipendio inadeguato si unisce la beffa del mancato riconoscimento sociale.

In corsivo, ci sarà il testo di Veneziani; con questo carattere, le mie considerazioni:

Tra uno sciopero passato e uno sciopero annunciato, la scuola processa ogni
giorno, in aula e in piazza, il suo ministro Letizia Moratti.

A noi gli scioperi costano più che a qualunque altra classe lavoratrice. Non solo ci viene detratta dal non pingue stipendio una giornata di lavoro al lordo, ma non otteniamo, incrociando le braccia, benefici in termini di fatica risparmiata. I programmi incombono su di noi insidiosi, gli alunni pretendono le loro interrogazioni. Le quattro ore di sciopero, vergognosamente tassate, verranno restituite alla scuola gratuitamente attraverso verifiche scritte da correggere a casa o tramite compendi e abstract, scritti da noi, a casa, e consegnati agli alunni perchè il tempo non sia perso e il Sacro programma venga ultimato. Trattarci da scioperati e non da scioperanti significa beffare una categoria già danneggiata ed offesa.

 Posso dire una cosa indecente e indocente, agli occhi dei mass media e delle cattedre? Da
bocciare non è il ministro, ma i professori. Se la scuola italiana fa un po’
schifo, la colpa principale spetta a loro: li pagano poco, è vero, ma molti
di loro non meritano neanche quei tre soldi.

Non tutti i  magistrati sono specchio di equanimità, ma lo stipendio medio non ne risente; non tutti i medici sono luminari, ma, con i nostri stessi titoli, godono di onorari per noi inimmaginabili. Questa petizione di principio dovrebbe essere estesa a tutte le categorie e non solo alla nostra, sempre in trincea.

I professori italiani sono i peggio considerati d’Europa ma anche i peggio preparati, i peggio
selezionati e i più ideologizzati. Certo, è più facile cambiare un ministro
che una milionata di docenti. E so bene che in quell’esercito di professori
c’è una dignitosa minoranza che merita tutto il rispetto. Però, lasciatemi
dire che la media è inferiore a quella europea e forse mondiale.

In base a quale illuminata statistica? L’Italia esporta ricercatori in tutto il mondo: sui banchi di quali licei si sono formati? Lo stesso Veneziani, che oggi scrive così bene, avrà avuto un professore di lettere che lo nutrì a pane ed alfabeto.

 Troppi professori sono figli della demagogia degli anni Settanta, delle infornate
senza concorso, dei cortei e delle sessantottate, delle occupazioni e della
demeritocrazia militante. I due partiti di maggioranza dei docenti sono i
faziosi e i paraculi, ovvero quelli che sono infarciti di ideologia,
femminismo e menopausa acida e quelli che scansano la fatica, hanno altre
attività o si danno malati per andare in vacanza. I primi si presentano in
classe con la Repubblica, l’Unità, Manifesto, Liberazione. I secondi entrano
in classe lasciando la loro testa altrove.

Una laurea, tre specializzazioni, un concorso a cattedra a quattro posti, lo spauracchio della traduzione dal greco al latino senza ausilio di vocabolari, con commento metrico, filologico, lessicale, letterario. Tutto questo dopo aver superato una prova di storia che spaziava da Adamo a D’Alema, una di geografia che verteva su tutto lo scibile, una di italiano mastodontica, una di latino severissima.

Questo è stato l’ultimo concorso a cattedra, caro Veneziani, e chi lo ha vinto è un uomo preparato e appassionato, che non porta giornali a scuola, incorrendo anche nelle ire di una programmazione che ci impone di insegnare ai ragazzini non le strutture auliche del periodo ciceroniano, non le finezze filosofiche di un Seneca, ma le storpiature, le faziosità e le brutture proprio dell’articolo di giornale, dalla Moratti richiesto per la maturità.

I colleghi più anziani borbottano fra loro: “che ne sarà della scuola quando sarà popolata da questi studentelli della S.S.I.S.?” Noi giovani pensiamo di avere al nostro attivo entusiasmi e aggiornamenti e senza differenza di età tutti diamo alla scuola più di quanto essa ci renda in gratificazioni economiche e professionali.

Come puoi cambiare la scuola se
più dei due terzi della scuola sono affiliati a questi due partiti? Puoi
pensare la migliore delle riforme ma se il materiale umano è scadente, va a
rotoli. Magari non solo e non tanto per colpa loro ma di chi li ha messi in
cattedra, chi li ha protetti e frustrati, chi ha fornito loro sia l’entrata
in ruolo che l’alibi morale e mentale per fare sega a scuola, pur fingendosi
presenti.

Ammettiamo pure, per amor di discussione, che qualche collega sia poco presente a se stesso. In tanti anni di onorato servizio, quali sono stati i riconoscimenti? E oggi, una ministra che davvero è fedele all’etimologia del termine (che viene da minus, di meno, a differenza del magister, del maestro, che deve il suo titolo alla radice magis, di più) fa perno sulla più squallida demagogia per risparmiare qualche soldo sulla formazione. Una nazione che però non investe nel suo futuro non è ben amministrata.

In ciò sono aiutati dalla famiglia allo sbando che sforna ragazzi
poco educati e molto travagliati; e poi i libri di testo partigiani, la tv
matrigna e il declino della sfera pubblica, con il relativo elogio del
privato, che penalizza la scuola di tutti. Numerosi sono poi i problemi di
fondo. Per esempio il professore è tenuto a trascurare la classe e
soprattutto i migliori, per recuperare il disagiato. Magnifico proposito dal
punto di vista evangelico e morale, ma terribile esito dal punto di vista
educativo e formativo: per inseguire il ventiquattresimo si trascurano gli
altri ventitré. La situazione, già critica, è peggiorata da quando è
piombato in classe l’immigrato di fresco sbarcato. È russo, è cinese, è
curdo, fa tenerezza, ma non sa una parola d’italiano. Allora il docente deve
sforzarsi con i gesti, con mezzo inglese, o con qualche altro arnese
fortuito da pagina 777 di televideo, di far capire il teorema di Pitagora e
Manzoni al povero allogeno. Per integrare l’immigrato disintegra la classe.
Il discorso vale anche se c’è un rom, o un ragazzo che ha problemi psichici,
che è violento, o è asociale: il prof deve inseguire la pecorella smarrita e
abbandona il gregge. Per carità fa un’opera pia, ma a che serve la scuola
per la stragrande maggioranza dei ragazzi? Insomma, l’aspetto della scuola
odierna è piramidale ma non in senso selettivo, bensì a rovescio: per
recuperare l’eccezione si manda all’aria l’istruzione- base di tutti gli
altri.

Su questo sono perfettamente d’accordo. Si noti però la duttilità dei docenti, che, in questa scuola dell’autonomia, sono stati trasfigurati in angeli custodi di famiglie a rischio, in psicologi improvvisati che, nonostante tutti questi ostacoli, riescono ancora ad insegnare. Percepisco dell’eroismo nel mio lavoro: in condizioni precarissime, soggetti al fuoco incrociato delle famiglie e della dirigenza, chiamati a presentare con piglio da ragioniere valutazioni e programmazioni che ledono la libertà di insegnamento, pure, per scienza e per coscienza, resistiamo.

 

Che società verrà fuori da questa piramide a rovescio? Allargando lo
sguardo in alto e in basso del personale scolastico, l’impressione è che la
scuola non abbia più né capo né coda: ovvero ha perso il preside e il
bidello che erano le colonne d’Ercole della scuola, le sue estremità
basilari. Il preside fu di fatto abolito. Al suo posto c’è il dirigente d’
istituto, un centauro mezzo manager e mezzo psicoterapeuta, una specie di
super segretario con compiti di imprecisata stregoneria e di ordine
pubblico. Un burocrate travestito da animatore. Ma dire al suo posto è un
eufemismo, perché l’ex preside non è quasi mai presente. Presiede infatti
più istituti, ha un vice effimero o in via di nomina, sta facendo strani
concorsi, è distaccato chissadove. Insomma il preside non esiste più né di
nome né di corpo, è evaporato. Così la scuola è acefala, ha perso il capo.
Ma alla scomparsa del preside corrisponde, per simmetria, la scomparsa del
bidello. Così la scuola, oltre che acefala, è pure focomelica. Il bidello
scomparve come qualifica alcuni anni or sono, rientrando nell’ineffabile
personale non docente, che potrebbe includere tutti, anche i domatori di
circo e le ballerine. Osservando la loro vita nell’arco di un’ora, come nei
documentari di Piero Angela o nel Grande Fratello, si scopre che il bidello
è un’entità vaga e vagabonda, priva di compiti effettivi. Una presenza
assente. Infatti per pulire le scuole arrivano le imprese esterne, per
ridipingere a nuovo le aule ci pensano i ragazzi, che fanno pure la
colletta; per far le fotocopie, aprire la posta e così via, languono allo
scopo gli applicati di segreteria. Un tempo i bidelli erano come Caron
demonio, traghettatori d’anime dannate; avevano anche una funzione simbolica
e catartica importante: suonavano la campanella. Ora è quasi sempre
automatica: lo so per triste esperienza, perché avevo un liceo di fronte
alle mie finestre e sentivo suonare ogni ora, domeniche incluse, a
prescindere dalle lezioni. Allora mi chiedo: a che serve quella comitiva di
individui ribattezzati personale non docente? E quell’ex bidello che riposa
in una campana di vetro, come i santi e le madonne, che ci sta a fare lì
all’ingresso? A raccogliere gli ex voto? Viene usato come il martello o l’
estintore, in caso di emergenza rompere il vetro? Mi sembra tutto surreale.
Eppure ricordo il ruolo paterno, matrigno e fraterno dei bidelli, complice
ora del professore ora dell’alunno:stavano lì col secchio e la
scopa,facevano un po’ di tutto, gli idraulici e i falegnami, le spie e i
precettori degli alunni prima dell’esecuzione (le interrogazioni). Erano
importanti, eccome, erano una scuola di vita, una specie di avviamento
professionale clandestino, una struttura parallela all’insegnamento. I
servizi deviati. Ma tenevano puliti i servizi sanitari. E mi ricordo il
Signor Preside che era un po’ il simbolo della scuola, il monarca buono in
certi casi, l’Istituzione inflessibile in certi altri. Era un
Superprofessore, più docente degli altri, ora difensore dei docenti ora
vendicatore dei discenti. Adesso vedo due fantasmi al posto del preside e
del bidello. E ne soffro anche per fatto personale perché provengo da una
famiglia in cui tutti erano nella scuola, a cominciare da mio padre preside.
Ed io, ultimogenito, ero potenziale bidello perché tutti gli altri ruoli
erano già coperti in casa. Adesso, senza il preside e senza il bidello, mi
sento moralmente orfano e disoccupato. Insomma a scuola non mancano solo i
soldi ai docenti, ma anche educatori, aule, presidi e bidelli agli alunni.
Perciò vi dico: non gettate la croce sulla Moratti, magari per togliere
entrambe dalle aule.

Tutte queste innovazioni, brillantemente descritte, le avalliamo noi? O ci vengono imposte dall’alto? O vengono ratificate ed estremizzate da questa sordida riforma che aborriamo? Caro Veneziani, noi scioperiamo perchè alla situazione che lei ha caricaturalmente descritto si ponga al più presto rimedio!