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Ardire o ordire?

L'eroe greco tra forza e astuzia

 

 

Il bel libro di Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita e il legionario, che è coordinato questa settimana al quotidiano il giornale, lascia poco spazio alla Grecia, e si sofferma più sulla potenza romana che, della propria macchina bellica, fece uno strumento potentissimo di sopraffazione ed attacco.

Anche in Grecia, non c’erano pregiudizi nei confronti del polemos, del conflitto: era percepito, infatti, come una necessità naturale e fisiologica. Tucidide, nel terzo libro della Guerra del Peloponneso, lo paragona addirittura ad un maestro dal carattere violento che elimina il benessere dalla vita quotidiana.

Per questo, incontrastato modello di comportamento era Achille, l’eroe temerario forte solo del suo valore. Tuttavia, come nota acutamente Bettalli, i Greci avevano Achille come modello, ma si comportavano spesso come Ulisse. Ad esempio, tra gli spartani, Lisandro era apertamente schernito per i suoi metodi di battaglia poco ortodossi; però, Lisandro vinceva! Proprio a lui, e a Plutarco che ce l’ha trasmessa, dobbiamo questa celebre metafora: “Dove non giunge a coprire la pelle di leone, si deve cucire la pelle della volpe”, che verrà poi potenziata e vivificata da Machiavelli.

Infatti, con una finezza linguistica che anticipa il sofismo, i greci distinguevano l’apàte,cioè la scaltrezza, connotata positivamente, dal dolos e dal kerdos, l’inganno e la malizia, biasimati invece dalla società. Eppure, già nell’epopea omerica, nello scontro diretto, l’astuzia trionfa sulla forza sia fra le divinità (Ares sconfitto da Atena in Il.XXI, 410-414 ) sia fra gli essere umani (nella diatriba per l’assegnazione della armi del morto Achille, il coraggio di Aiace cede alla furbizia di Odisseo).

Il coraggio del guerriero antico, d’altra parte, non attiene all’indole individuale, ma è dettato da uno stato di mistica incoscienza procurata dal dio. La lyssa, ossia la furia guerriera che abolisce i confini spazio- temporali, e lascia l’eroe preda della propria sdegnosa e irriducibile ira, menis, è causata dal menos, dal divino coraggio.

La comunanza etimologica con il mantis, l’indovino, e con la sua arte non lascia dubbi sul ruolo giocato dagli dei nell’infondere ai mortali quello sprezzo del pericolo che li trasforma in eroi. A me sembrerebbe che Achille ricalchi a pieno questa tipologia, nonostante il veto a riguardo di Vernant che sofisticatamente nota come il Pelide, destinato fin dal concepimento ad un avvenire eroico (secondo un topos, però, molto diffuso in ambiente ellenico); sia un personaggio al tempo stesso essmplare e ambiguo, in cui si concentrano tutte le esigenze, ma anche tutte le contraddizioni dell’ideale eroico….e si pone al di fuori delle comuni regole del gioco, connotandosi come un essere marginale, che il rigido codice dell’onore spinge a trincerarsi nell’altera solitudine del suo sdegno.

A mio avviso, invece, bisognerebbe esulare dal momento iliadico e guardare Achille nella sua interezza, apprezzandone il coraggio belluino, le azioni dettate da una sicurezza solo imparte motivata dalla certezza della invulnerabilità.

Brizzi candida Diomede al ruolo di guerriero medio del periodo eroico, forte più di Aiace (il. XXIII, 811/824) e sicuro nel contrapporsi a viso aperto ad Agamennone (Il. IX, 30/50). Così, il suo simbiotico connubio con Odisseo permette che si fondano in unità la forza e l’astuzia che fecero grandi gli eroi omerici