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Ferite e guaritori sotto le mura di Troia

Rudimenti di chirurgia nella Grecia arcaica

 

 

Il preteso coraggio di Achille non mi ha mai convinto. Che virilità c’è nel combattere forti della propria invulnerabilità, sicuri di poter arrecare ferite agli altri senza essere neppur scalfiti da colpi altrimenti mortali?

Achille è solo la punta di diamante di una generale indifferenza degli Achei al dolore, al sangue, alla ferita. Non a caso, alloggiavano nelle loro tende, pronti a soccorrere ogni graffio, nientepopodimeno che i due figli di Esculapio, Podalirio e Macaone. Porre rimedio ad una epidemia o ad un male interno sembrava blasfemo ai Greci antichi: il male era punizione degli dei e come tale doveva essere accolta in rassegnata accettazione. Solo le ferite da arma, procurate in battaglia o nella caccia, per il loro carattere episodico, potevano essere curate senza paura di offendere la divinità.

 Nell’Iliade non compaiono farmaci e intrugli medicamentosi: la medicina si limita all’intervento chirurgico e alle bende, a dimostrazione che la prima branca della medicina a svilupparsi fu proprio la chirurgia.

Ed Omero conosceva bene l’arte medicamentosa, probabilmente per averla appresa in Egitto, dove ognuno vi è medico, esperto al di sopra di tutti gli uomini, perché stirpe sono di Pèone (Od.IV, 231 ss). Uno studioso tedesco, H. Frolich, si è divertito a raccogliere tutte le scene di ferimenti presenti nei poemi omerici, inferti per la maggior parte alla testa e al torso. Le armi di offesa di quell’epoca facevano sì che le ferite non fossero sempre necessariamente mortali, ma pur sempre spaventevolmente cruente, come in questa descrizione feroce: “Idomeneo con il bronzo spietato ferì Erimante sulla bocca: la lancia corse diritta, attraverso la bocca, fin dentro, sotto il cervello e sfondò le ossa bianche; i denti schizzarono fuori, gli si riempirono entrambi gli occhi di sangue; e dalla bocca e per le narici uscì il soffio vitale. Nera morte lo avvolse”(Il. XVI, 345ss).

Dall’analisi di altre morti famose, come quella di Fereclo, a cui un giavellotto, conficcatosi nella natica, trapassa la vescica, o come quella di Troo, colpito al fegato, traspare che Omero aveva una conoscenza approfondita anche degli organi interni e che sapeva orientarsi bene nell’anatomia umana.

Questa considerazione si sposa bene con la conclusione a cui pervenne Bruno Snell  in un notissimo studio, e cioè che non esista in Omero un termine relativo al corpo umano vivente nel suo intero, poiché questo si compone di una somma di piccole parti. Le conoscenze anatomiche, pi, potevan essere piuttosto diffuse, se è vero che i combattenti greci, per ferite di lieve entità, si medicavano e curavano l’un l’altro, infittendo quel rapporto di reciproco aiuto che caratterizza a pieno il mondo omerico.