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La valigia del signor Budischowsky

Isabella Bossi Fedrigotti si fa personaggio

Se Italo Calvino ci ha insegnato che ogni storia è una autobiografia e in ogni personaggio si annida un particolare dell’autore e di chi lo circonda, è spesso difficile, per l’artista, parlare di sé senza cadere nella Scilla dell’autoincensamento o nella Cariddi dell’autocompatimento.

Le Vite di Benvenuto Cellini e di Giacomo Casanova, ad esempio, sono roboanti magnificat al fascino, al genio, all’intuito di chi le scrisse. Alfieri fece della sua autobiografia un romanzo di formazione.

I deliziosi racconti autobiografici di Isabella Bossi Fedrigotti, contenuti in La valigia del signor Budischowsky (Premio Settembrini 1993), sono scritti con il distacco di chi ha superato gli incendi adolescenziali e può raccontare i propri sentimenti senza riaprire ferite ormai da tempo cicatrizzate e impallidite.

Non ci sono trame da capogiro: il dono dell’autrice sta nella capacità di interessare, anche narrando la quotidianità, qui intrisa del fascino dello straniamento.

Sono i bambini a raccontare il mondo, filtrato dai propri occhi, colorato da mille ipotesi e fantasticherie dettate dal desiderio di sfuggire alla noia cui li condanna l’incomprensibile mondo degli adulti.

La solitudine a cui sono forzati i fratellini viene raccontata e vissuta senza grandi lacerazioni, come una sgradita realtà a cui ci si assuefà; a ricordarne l’essenza, solo le fotografie: i desolati scatti di strade, campi, alberi, boschi e cieli, senza che mai fosse inquadrata una persona né un animale restituivano con efficacia la noia immobile che pesava sugli animi.

La vecchia valigia di famiglia, che a loro, piccoli, sembrò grandissima e che fu il passaporto per le vacanze (non sempre accolte con l’entusiasmo che gli adulti si aspettano), è il leitmotiv attraverso cui si snodano paesaggi e personaggi di affascinante quotidianità.

Si va al mare, dagli zii, dai nonni, ospiti sporadici, sconosciuti, ma non sgraditi .

Tra un racconto e l’altro, i personaggi crescono: Isabella bambina, che rivive le mirabolanti gesta della sua bambola Otello, cresce e comincia a conoscere le distinzioni di casta, la realtà degli educandati, l’improvviso farsi estranei dei fratelli, catapultati verso il mondo adulto e una propria vita, l’ostilità fra i genitori, che, come spesso accade, è un nuovo modo di interndere l’amore e di accanirsi nelle loro guerre intorno al nulla quotidiano.

Con questa stessa valigia ognuno di noi affronta il suo viaggio, e tenendo stretta la presa, si accompagna alla vita. Con coraggio e convinzione, perché la vita - come il forte cuoio - non si sciupa, non si arrende ai colpi del destino, ma alza alti gli occhi verso una meta nuova. E si incammina. Con speranza

Lo scrive, recensendo il libro, Umberto Veronesi, che ben conosce l’autrice come attiva volontaria: questi racconti sono stati scritti per l’I.E.O., istituto europeo di oncologia, allo sviluppo del quale tutti noi siamo chiamati ad intervenire, per debellare insieme questa dolorosa piaga del nostro secolo.