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Ettore, eroe senza destino

Quei momenti di eternità nell’Iliade.

Tra il cozzare delle lance, tra i nitriti dei cavalli, tra animati concili divini e concitati dialoghi umani, l’Iliade è tutta azione. L’Anonimo Del Sublime trasse dall’impeto iliadico la convinzione che il primo poema fosse stato scritto in gioventù da Omero, che solo in vecchiaia si sarebbe dedicato all’Odissea.

Poco o nessuno spazio è concesso nell’Iliade per l’immedesimazione: quegli eroi antichi, schiavi della luminosità della loro gloria, tetragoni assertori del valore individuale, rassegnati strumenti nelle capricciose mani degli dei, sono lontani dalla nostra quotidianità e giganteggiano mitici come il passato in cui affondano le radici.

Una donna colta e sfortunata, Rachel Besfalopp, che visse l’orrore nazista e l’esilio americano come tormenti insopportabili (morirà sconfitta e suicida, nel 1942), fece del poema omerico la sua ancora di salvezza da un presente atroce, la sua macchina del tempo verso le lontane oasi della pace.

La Bibbia e l’Iliade furono i suoi viatici, formule magiche attraverso cui la mente, sperdendosi, tornava a vivere, e a questi dedicò le sue riflessioni.

Una piccolissima casa editrice siciliana, Città aperta, pubblica oggi i commenti illuminati di questa autrice, che conobbe e amò ogni singolo verso del poema e che, straordinariamente, in mezzo a tante scene di animate battaglie, elegge come brani preferiti del poema quei pochi in cui l’azione si ferma e la vita, l’umanità, la passione tornano a fluire

Le pause dell’Iliade, quando il tempo si ferma e lascia spazio al pensiero, sono per lei i momenti più alti della letteratura mondiale e sempre, nel non agire, compare o è preannunciato Ettore. Provocatoriamente, Piero Boitani titola un suo recente articolo (Il sole 24 ore, 2 gennaio 2005)Ettore, eroe senza destino, nonostante siano stati proprio gli dei a decretare la morte dell’eroe troiano. Il destino si ferma, in lui, quando in un barlume di lucidità, egli rinnega i valori epici e cerca l’onore non per sé, ma per la sua famiglia.

Ettore scappa, Achille insegue e Troia si ferma: due eserciti e l’Olimpo scrutano insieme quella corsa che pare infinita; dai versi greci trasuda pathos. Sono quelli i momenti in cui il destino si fa: da una parte il figlio di un dio, tronfio della sua invulnerabilità, accecato dalla sua egoistica ira e dal suo umano dolore, dall’altra il figlio di un uomo, che combatte una guerra non sua, per una donna, Elena, che vorrebbe senza indugi rispedire a Sparta.

La Besfalopp si innamora appunto dell’incoerenza di Ettore, che decide di combattere e poi tentenna, e poi cambia idea, dandosi ad una fuga che solo l’inganno di Atena e il tradimento di Febo fermeranno in maniera drammatica.

Nell’eroe, c’è una propensione tutta umana alla felicità, da perseguire anche nella ritrattazione dei propri ideali, anche nella sconfitta, persino nella morte, quando gli dei, commossi, preserveranno le spoglie del troiano dalla corruzione per riconsegnarle integre al padre piangente. Quando Priamo e Achille si fronteggiano, la scena si ferma di nuovo: testimone muto, il cadavere di Ettore ricorda agli uomini quanti dolori scaturiscano dall’orgoglio e dal valore.

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