Questo sito contribuisce alla audience di

L’eterno Medioevo

Il velo strappato: autobiografia di Carmen Bin Laden

Non avrei mai pensato di occupare il mio spazio per presentare un libro come Il velo strappato. Non amo gli opportunisti che approfittano di un cognome famoso per divulgare le proprie scipite memorie e non conosco il fondamentalismo islamico se non attraverso i luoghi comuni che serpeggiano fra i media.

Ma siccome per i libri divento bulimicamente onnivora, ho comprato e letto l’autobiografia di Carmen Bin Laden, moglie di Yeslam, fratello maggiore del tristemente noto Osama. Al di là dei comprensibili limiti di genere (visione parziale degli eventi, tentativi di autonobilitazione, apologie di comportamenti discutibili, caoticità espositiva), sono rimasta turbata dalla vita che si conduce in Arabia Saudita.

Il libro scava al di là del topos islamico (che, guarda caso, è strombazzato nel titolo) della donna velata, smascherando caratteri che sono appartenuti al più buio Medioevo.

Stordiscono nel testo l’odio razziale, che si trasmette fin dalle scuole elementari (con temi del tipo: Amo la Palestina, odio Israele), il senso di superiorità saudita verso gli stranieri, l’emarginazione delle donne che si espande fino a negare un nome a chi non genera figli maschi e a ribattezzare la fortunata madre di un uomo con il nome del primogenito. La suocera di Carmen sarà semplicemente Om Yeslam, senza un suo nome, senza una sua opinione, senza un solo interesse se non la rituale preghiera cinque volte al giorno.

Donne senza volto e senza voce, così le definisce l’autrice, popolano il libro ma non lo animano, chiuse come sono nella loro abissale ignoranza, nella prona sottomissione ad un uomo che ha lo ius vitae necisque. Anche i più occidentalizzati, negli stretti confini di Jeddah e di Riyad, rivestono i panni beduini e belluini che furono degli avi e ostentano serietà e rigore.

La meritocrazia è schiacciata da un ordine gerarchico soffocante, rigorosamente legato all’anagrafe. Al padre succede il figlio maggiore e a questi sono subordinati i minori, senza nessun riguardo per le propensioni naturali e per le capacità di nessuno.

La schiavitù, pur legalmente abolita nel 1962, quando il governò comprò tutti gli schiavi pagandoli tre volte il prezzo di mercato, rimane latente nel contegno superbo esibito di fronte ai servitori. Questo fiume di informazioni fa dimenticare quasi il cognome della autrice e il suo rapporto con il cognato, evocato senza convinzione come un fondamentalista bigotto, che non le rivolse mai la parola e deviò lo sguardo sdegnato dal suo volto nudo. Sempre vestito con una tunica più corta, che lascia scoperte le caviglie, simbolo di religiosità e di obbedienza, Osama partecipò alla resistenza afghana (che vide impegnata tutta l’Arabia, sgomenta per l’ingiusta guerra mostra da un gigante ateo e comunista contro un piccolo mondo di grandi valori, almeno secondo la loro ottica), mantenendo ben saldi i contatti con la corona saudita.

Un’accusa violenta e precisa chiude il libro: nonostante la tiepida deprecazione degli avvenimenti dell’11 dicembre, la ricca ed estesa famiglia Bin Laden e la casa regnante saudita, al Saud (che, giunta al potere nel 1932, ribattezzò l’Arabia affiancandole il proprio nome), finanziano tuttora il movimento terroristico ai danni dell’Occidente.

Questo allarmismo è forse immotivato: sulla donna e sulle figlie pesa come un marchio internazionale il cognome Bin Laden. Nelle prime pagine, l’autrice si lamenta anche dell’ostracismo di cui fu vittima dopo l’attentato alle Torri Gemelle. D’altra parte, il suo complesso divorzio dal marito, con strascichi legali e penali gravissimi, l’ha lasciata priva di mezzi e piena di rancore. Con questo libro, si è pienamente vendicata.