L’anoressia di Fedra

Il delirio di Fedra e il rifiuto del cibo

Un amore diventa tale quando si ha il coraggio di confessarlo: prima si configura come un’ansia ingiustificata, una contrazione allo stomaco, un’ inquietudine, un malessere indefinito.

Fedra non sa capacitarsi del dramma che in lei prende piede: per interessamento di Afrodite, infatti, si trova a smaniare d’amore per un ragazzino, Ippolito, figlio, per di più, del proprio marito Teseo.

L’orrore per l’incesto duole a Fedra almeno quanto la consapevolezza che il suo sentimento non può essere ricambiato: Ippolito è un cacciatore, fedele ad Artemide, profondamente misogino. Non la degnerebbe comunque di uno sguardo, se anche non ci fosse una parentela, un legame sacro ad imporre affetti di tutt’altro tipo.

La donna vorrebbe annichilarsi nello strazio del proprio cuore; a tradirla, però, sarà proprio la sua pervicace volontà di rinuncia alla vita.

Come svela al corifeo la nutrice preoccupata (vv.273/ 277), infatti, Fedra fugge il cibo da tre giorni, cercando, con il digiuno, la morte. Nel deperimento del corpo, nella mortificazione degli istinti primari (su cui trionfa la fame), Fedra, con la determinazione delle eroine tragiche, ricerca purezza, invocando il controllo della mente su un corpo impazzito, che impallidisce e smania senza controllo.

Evitare che la sua passione diventi nota: questo è l’obiettivo primario di Fedra. Lo persegue con i mezzi più antichi: l’anoressia, cioè la ricerca di un corpo androgino, asessuato; il desiderio di kryptein, di coprirsi, l’imposizione del sigàn , del silenzio quasi a negare l’esistenza stessa dell’amore adultero ed incestuoso.

La malattia di Fedra, dunque, è l’amore; la cura ne è l’anoressia, in un sistema scomposto di valori che porterà alla tragedia finale: nel delirio dei sensi, dopo aver vaneggiato una vita pura tra i boschi (non certo per un ritorno alla natura quanto perché la foresta è l’habitat naturale di Ippolito), confesserà alla Nutrice la propria empia passione.

Secondo Barrett il collasso di Fedra deriva proprio dall’inedia e dalla tensione nervosa; solo la mentalità classica, schiacciata dalla propria religiosità, potrà attribuire ad un dio un atteggiamento che ha fondate basi cliniche nel delirio anoressico.

Strutturalmente, le farneticazioni di Fedra assolvono ad un duplice ruolo: da una parte, preparano la confessione alla nutrice permettendo all’uditorio di intuire i motivi reconditi della sua follia, dall’altro, coerentemente con la poetica euripidea, affondano le radici in quella religione misterica, dionisiaca, irrazionale che contrapporrà al medèn agan apollineo il culto dell’eccesso, del to lian.

Qui è il dramma: la nutrice, donna pragmatica, preferisce alla morte l’amoralità e consola la sua giovane protetta, minimizzando il male, prospettando vie d’uscita, ipotizzando addirittura che Ippolito potrebbe contraccambiare.

Con le parole, cadono le ritrosie morali e quanto sembrò abietto al solo pensiero verrà analizzato e progettato con lucida follia.

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