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In dieci contro uno

Maratona: storia di una vittoria impossibile

Dein exienai: bisogna uscire!

Con questo imperativo, il decreto di Milziade impone agli uomini ateniesi di abbandonare la città e di combattere, anche se l’impresa è disperata, anche se la sconfitta è sicura.

A ritmo sostenuto, sta scendendo attraverso le montagne greche l’invitto esercito persiano, composto da un numero imprecisato di cavalieri e di una folla di assistenti alla battaglia.

Obiettivo: radere al suolo Atene, quella sconosciuta polis scostumata che aveva osato mandare rinforzi a Mileto, durante la ribellione ionica.

Consigliere d’eccezione: quell’Ippia, figlio del tiranno Pisistrato, scacciato da Atene e pronto a rientrarci con la forza.

Non serve piangere, non basta invocare gli dei, quegli stessi dei che adesso fermavano a Sparta l’esercito alleato, bloccato dall’oracolo fino al plenilunio e impegnato comunque nella riconquista di Argo.

La democrazia, si sa, è una istituzione imprescindibile in tempo di pace, ma ora, nell’imminenza di una battaglia disperata, quel passare dall’uno all’altro dei dieci strateghi, nominati dal polemarco Callimaco, è soltanto destabilizzante.

Certo, con il suo cipiglio marziale e l’aria sicura, Milziade è al momento il più rassicurante. L’onesto Aristide, a cui spetterebbero le decisioni, ne riconosce la superiorità e passa a lui lo scettro. Fa bene, perché Milziade ha le idee chiare: aspettare ad Atene l’arrivo dei persiani, galvanizzati dalla discesa e dai festeggiamenti al loro passaggio, sarebbe un suicidio.

Bisogna uscire, dunque!

Bisogna ricompattare la falange, forse per l’ultima volta e marciare compatti contro il nemico. I persiani sono tanti, sono 60.000 e le voci spaventate centuplicano questo numero (anche Erodoto si dà a stime poco verisimili, in realtà), ma sono uomini.

Forti, fortissimi nel corpo a corpo, ma abituati a combattere da soli, guardando in ogni compagno un rivale in onore, alla ricerca di un buffetto di approvazione o di una prebenda qualsiasi da parte del Gran Re, di Dario, che, sicuro e protetto, faceva da spettatore alla battaglia

Gli Ateniesi sono pochi, 6000 nella migliore delle ipotesi, ma marciano compatti, e combattono per la vita e per la libertà. Il loro polemarco, Callimaco, è in prima fila: morirà, ma il suo esercito avrà ricevuto da lui esempio e coraggio.

Certo, senza una porzione aggiuntiva di vino non andrebbero così sicuri, seguendo i flautisti che, con la loro musica, scandiscono la marcia; Bacco, se assunto moderatamente, dona una piacevole illusione di invulnerabilità, rende credibile anche il mircacolo.

Ed eccoli, i Persiani, all’orizzonte: il posto scelto per la battaglia è infido. Maratona è un’ampia pianura, nella quale i cavalli persiani potranno scorrazzare ovunque, ma bisogna attaccare.

In realtà, in una noticina della Vita di Milziade, Cornelio Nepote sosterrà che l’iniziativa dell’attacco partì dai persiani e che fu Ippia ad indicare il campo di battaglia. Erodoto ritiene invece che Maratona fu il punto in cui i due eserciti, impari per forza e per valore, casualmente si scontrarono.

Gli Ateniesi percorsero di corsa (dromo) i metri che li separarono dalla battaglia, compatti, pronti a proteggersi l’un l’altro, decisi a non separare le file dello schieramento oplitico se non per la morte.

Per i Persiani, l’impatto fu tremendo: si videro volare addosso questi robot di ferro, coperti dalla testa ai piedi, immuni dalle loro frecce perché troppo bassi per i loro cavalli e soprattutto disperatamente determinati.

Prima ancora che riuscissero a reagire allo shock, la gran parte di loro era cadavere e la libertà greca era salva.