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Alla vigilia della battaglia

Aspettando i Persiani a Salamina (Her, VIII, 74, 2)

Cronaca di una morte annunciata: ci sono dei momenti nella vita in cui si aspetta con sgomento e rassegnazione un evento ineluttabile. L’ansia che attanaglia fa desiderare in quei momenti anche che il tempo scorra veloce, per porre fine, con la disfatta inevitabile, alle angoscie dell’attesa; contemporaneamente, però, si vorrebbe trattenere ogni istante e differire all’infinito il temuto momento.

Poche speranze e tanti timori si alternano in quei momenti terribili: la sensazione è frequentissima, se è vero che passiamo il 90% della nostra vita a preoccuparci di eventualità che mai si verificheranno.

Gli Ateniesi, nel 480 a. C., non avevano molti motivi per stare allegri: avevano miracolosamente sconfitto, dieci anni prima, le potenze di un impero che tornava, più forte e agguerrito, a scalzare la polis e a vendicare l’onta subita. Gli Spartani, finora invincibili, erano eroicamente caduti alle Termopili, rimandando ma non evitando la temuta disfida tra il grande regno persiano e la piccola città democratica.

Temistocle era riuscito a persuadere i cittadini a portare in mare la battaglia: quelle acque che fino ai tempi di Pisistrato non avevano garantito ai marinai neppure l’ottenimento dei diritti politici, quel mare color del vino guardato con sospetto dalla riva doveva farsi teatro di una battaglia epica con le flotte persiane, su cui convogliavano viveri e rinforzi per i soldati del basileus.

Non era una soluzione ovvia né indolore, ma trionfò. Ce lo racconta, con enfasi oratoria e con pathos narrativo Erodoto: “Si faceva una riunione (l’imperfetto rende bene il protrarsi nel tempo di questi eterni momenti di dubbi e indecisioni) e si proponevano molte cose; alcuni (gli Spartani) sostenevano che sarebbe stato meglio navigare verso il Peloponneso e rischiare per quella zona e di non indugiare a combattere per una terra già conquistata in battaglia, mentre gli Ateniesi e gli Egineti e i Megaresi volevano combattere fermandosi lì

Poche righe, ed ecco tratteggiati mirabilmente i caratteri diversi dei due popoli che si scontraranno poi per l’egemonia sulla Grecia: gli Spartani, immersi ancora in clima epico (come traspare dal bellissimo aggettivo doryalotos, conquistato con la lancia), legati del tutto ad un solo schema di battaglia, in terra, pronti certo ad immolarsi, ma stretti attorno ai sacri confini del Peloponneso e gli Ateniesi, che a tanta retorica rispondono, senza fronzoli e con pragmatica (anche la consecutio temporum barcolla pericolosamente sotto l’ansia di una scelta obbligata), con gli ordini scanditi nel loro cervello da Temistocle, ritmati e potenziati dall’insistita allitterazione della my (machesthai, Megarees, menontas).

I fatti daranno ragione agli Ateniesi: evitare lo scontro avrebbe significato rinforzare i Persiani, indebolire psicologicamente gli Elleni (che avrebbero assistito inermi alla distruzione delle poleis della Grecia centrale) e riportare sulla terra una battaglia che solo via mare poteva essere vinta.

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