Tutti quanti abbiamo un angelo.

Dal daimon socratico all’angelo custode.

La tradizione cristiana, come è noto, ha reinterpretato in chiave cristocentrica una serie di fattori e di esperienze attinti dall’antichità classica.

L’angelo custode, amato dai bambini ed eternato dagli artisti, è, per esempio, una rielaborazione dell’antico daimon, ossia di quella pulsione interiore, irrazionale, intelligibile, ma incomprensibile che indirizza alcune scelte private.

Per spiegare simpatie o idiosincrasie personalissime, antipatie a pelle o amori a prima vista, gli antichi ricorrevano a un genio guida, che subliminarmente guidava il comportamento individuale

Famoso è il daimon che costò a Socrate un’accusa per empietà, ricorrente nell’Apologia e nel Fedro platonici. La tendenza umana a perseguire il male è poi la causa dello slittamento semantico fino al diavolo della lingua italiana.

Anche i romani onoravano il Genius, un dio minore assegnato individualmente alla nascita (da cui la radice gens), che, come il Fanciullino di Pascoli, permetteva di provare emozioni e commozioni ed era rappresentato giovane ed alato, perché volubile e imprevedibile.

Bisognava assecondare i desideri improvvisi, i repentini ripensamenti, perché erano dettati dal Genio: indulgere Genio sarà un comandamento nella lingua latina.

I Romani, che pure non festeggiavano il compleanno, nel giorno natale (detto appunto genetliaco) offrivano al proprio Genius vino puro, agnelli immolati, maialini giovani. Questo almeno è testimoniato da Orazio, e probabilmente la tradizione cruenta ha soppiantato solo in tarda età repubblicana le rituali offerte di focacce di miele, vino e incenso offerte ad un dio che non amava spargimenti di sangue.

Tracce del culto a Genius rimangono oggi nel nostro istintivo toccarci la fronte per sottolineare una distrazione: la preghiera al proprio nume tutelare si compiva infatti appoggiando il palmo alla fronte come per una riflessione.

Con la polarizzazione in senso etico di ogni azione umana non bastò più un solo Genio e si credette che, a guidare ogni individuo, ci fossero due spinte tra loro opposte: una pura (genus albus) e una cattiva (genus ater), da cui discendono le lotte interiori tra l’angioletto custode e il diavoletto tentatore di parecchi cartoni animati per bambini.

Giorgio Agamben, nella sua appassionata monografia intitolata appunto Genius, ricorda una suggestiva tradizione afferente all’angelologia iranica. Ve la riporto in tutto il suo fascino: alla nascita di ogni uomo presiede un angelo detto Daena, che ha la forma di una bellissima fanciulla. La Daena è l’archetipo celeste alla cui somiglianza l’individuo è stato creato e, insieme, il muto testimone che ci spia e accompagna in ogni istante della nostra vita. E tuttavia il volto dell’angelo non resta immutato nel tempo, ma, come il ritratto di Dorian Gray si trasforma impercettibilmente ad ogni nostro gesto, a ogni parola, a ogni pensiero. Così, al momento della morte, l’anima vede il suo angelo che le viene incontro trasfigurato secondo la condotta della sua vita in una creatura anocra più bella o in un demone orrendo che bisbiglia: “Io sono la tua Daena, quella che i tuoi pensieri, le tue parole, i tuoi atti hanno formato. Con un’inversione vertiginosa, la nostra vita plasma e disegna l’archetipo alla cui immagine siamo stati creati.”

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