
Sconfiggendo barriere spaziali e temporali,l’Antica Grecia ha esportato a Roma prima, al mondo intero poi, tutta la sua cultura, il suo intero sistema di valori, le sue massime eterne.
Unica eccezione, che cedette al tempo e sfumò i suoi caratteri fino a renderli inintelligibili, è il dramma satiresco, breve componimento a conclusione della trilogia tragica.
Pochi resti sono giunti fino a noi: l’intero Ciclope di Euripide, metà Cercatori di orme di Sofocle, qualcosa dei Pescatori con la rete di Eschilo.
Ben poco per poter tracciare le fila del genere. Non ci aiuta, strano a dirsi, neppure Aristotele, la cui Poetica è per altri versi illuminante sulla funzione politico- sociale della tragedia. Ai suoi tempi, il dramma satiresco era scomparso ed egli stesso ne parla senza averne mai preso effettiva visione: tutto ciò che può dirci è che prima degli agoni tragici imperversava il satyricon, spettacolo improvvisato, rozzo, di natura privata, da cui forse è nato il primo spunto tragico.
Probabilmente il dramma satiresco prende le mosse da questo rito confuso, per poi armonizzarsi e nobilitarsi, perdendo del tutto i connotati originari.
Scopo del dramma satiresco è stemperare gli animi commossi dalla tragedia e rasserenare l’uditorio prima del congedo finale (almeno così sembra indirizzarci Orazio quando sostiene, nella sua Poetca, che gli spettatori sono trattenuti dall’attesa di una grata novitas). Sicuramente, non nasce per far ridere: a questo scopo è demandata la commedia che, ridicolizzando e sbeffeggiando i personaggi contemporanei, scimmiottando nei gesti e nel linguaggio le particolarità altrui, muoveva ad un riso sconcio, triviale.
Il dramma satiresco, invece, non travalica mai i confini del mito: le azioni sono sempre retrodatatae ad un passato epico, i cui protagonisti mantengono intera la gravitas classica descritta da Omero e perfezionata dai tragici.
Nel Ciclope, ad esempio, Odisseo non partecipa ai lazzi di Sileno e si mantiene imperturbabilmente coerente con il suo prototipo odissiaco: sono i personaggi di contorno, privi di pedigree, a procurare il divertimento. Proprio per questo, Demetrio, nel suo De elocutione, definirà tragedia scherzosa questo genere.
Pur nella compendiosità del testo, che si estende per circa 800 versi, quindi meno della commedia e della tragedia, il dramma satiresco resta poi strutturato secondo le dinamiche tragiche: del tutto assenti risultano la parabasi e l’agone (caratteristiche della Archaia), mentre prologo, parodo, dialoghi e stasimi sono ripresi dalla tragedia.
Sulle sue origini, mi sembra interessante l’ipotesi di Luigi Enrico Rossi, sulla scorta della riforma di Clistene, che, unificando e fondendo montagna, pianura e costa, aveva ampliato l’orizzonte degli ateniesi. Per citare l’illustre studioso, quindi, “ l’introduzione del dramma satiresco (poco dopo il 500 a.C.) segue questa riforma e determina qualcosa che non può essere archiviata come semplice coincidenza: la fusione politica della campagna con la città aveva portato sulle scene ufficiali della polis quella tematica e quella ambientazione campestre, che è così tipica del dramma satiresco, per venire incontro ai gusti della classe dei contadini. Il dramma satiresco dava voce alla parte della popolazione legata alla vita dei campi. Fu questa anche la possibile motivazione del linguaggio colloquiale della lingua utilizzata, tipica di chi “parla dal basso”.
Con l’inurbazione della Grecia, con la modernizzazione dell’Occidente, il dramma satiresco è diventato superfluo.

Benedetta Colella








