
La guerra del Peloponneso aveva spazzato via la superbia e l’ottimismo degli ateniesi: a guardarsi negli occhi, in agorà sempre più deserte e sempre meno influenti, c’erano uomini disorientati, stanchi, poco attratti dalla politica e più attenti all’ individualità.
Il cinismo non poteva che attecchire in questo ambiente disilluso ed imbronciato per sancirne l’epilogo. Che cosa ha prodotto la società? Che cosa l’imperialismo ateniese? Quale vantaggi hanno procurato ai singoli le somme di denaro, le combriccole di schiavi, le ostentazioni di eleganza?
Avevano salvato dalla guerra, dall’umiliazione, dall’infelicità?
Fu Antistene il primo a portare a conseguenze estreme un malessere strisciante e condiviso: se la società con i suoi falsi miti non può garantire la felicità, essa deve essere rifiutata con tutti i suoi artifici.
Via dunque i bei vestiti, gli schiavi, l’opulenza, via anche le case, le convenzioni,il galateo.
L’uomo è una bestia: si comporti come tale, non cerchi affannosamente di sfuggire la propria miseria rendendosi schiavo dei riti innaturali che irrazionalmente la società si impone. Non mascheri la propria nullità dietro vestiti di porpora e misture cosmetiche.
L’immagine di Diogene è tradizionalmente legata alla botte in cui viveva e al lanternino con cui, in pieno sole, cercava l’UOMO, confuso e avvilito fra masse falsamente allegre che sgomitavano per i primi posti nei bagni pubblici e nei teatri.
Sono schiavi delle passioni coloro che condizionano la propria vita seguendo piaceri indispensabili (il potere, la gola, il sesso): cercano fuori di sé armonia e felicità, non bastano quindi a loro stessi.
Nella povertà estrema c’è l’apoteosi della libertà: è veramente felice solo chi non ha bisogno di nulla, perché nulla ha. In questa scelta non c’è nulla di francescano: i religiosi cattolici sopportarono una vita di stenti ad maiorem Dei gloriam; i cinici scalzano anche gli dei dall’Olimpo e non si riconoscono secondi a nessuno.
Questi mendicanti, individualisti ad oltranza, scandalizzarono l’opinione pubblica soddisfacendo i propri bisogni corporali in pubblica piazza (famosi sono gli amori di Ipparchia e Cratete, consumati senza pudore perché manifestazione di istinti naturali) e ne offesero la sensibilità insultando gli astanti per la loro indole piccoloborghese.
Cani rabbiosi, furono chiamati, per la loro necessità di mordere, con detti salaci e con battute al vetriolo, i loro concittadini: erano accattoni (Diogene addirittura passava ore con la mano tesa davanti ad una statua per abituarsi a chiedere senza essere esaudito), barboni con scarsa pratica di acqua e sapone, attaccabrighe sempre pronti alla polemica e all’offesa.
Le loro boutade e il loro singolare modo di vivere, oggetto della curiosità dei contemporanei e dei posteri, sono riportati in un prezioso volumetto edito da Stampa alternativa, intitolato Il vangelo dei cani.

Benedetta Colella








