
Roso dall’invidia, il mondo accademico rimprovera a Luciano De Crescenzo, vero re Mida dell’editoria italiano, il pressappochismo, la poca scientificità e la banalizzazione che si ravvisano in tutte le sue opere.
Effettivamente, un classicista non può che storcere il naso di fronte a certe approssimazioni o a ipotesi spacciate per verità o a traduzioni tese a strappare un sorriso più che a rinverdire i fasti del passato.
Tutti noi vediamo l’autore napoletano come un furbacchione che ha fatto leva sull’ignoranza dilagante per spacciare come novità storie che hanno affascinato secoli interi: eppure, ci manca la levità della penna di De Crescenzo.
Da non tecnico, da non addetto ai lavori, egli non va in crisi nella scelta di ogni vocabolo, non si preoccupa del testo classico ma della comprensibilità della sua resa italiana, non cerca l’esattezza filologica, ma la storiella ad effetto.
Per primo, in un panorama filosofico dominato da lessici settoriali e da concetti fumosi, ha osato spazzare le nubi, e anche se, forse, ha ritoccato con un po’ di colore certe storie e ne ha occultato altre, certo ha avvicinato al mondo classico quei lettori frettolosi, che usano i libri per colmare le ore vuote di attesa alle metropolitane e sui treni.
Ora vanta centinaia di imitatori. Non c’è giorno che un nuovo testo non picconi le fondamenta del pensiero scientifico: biografie romanzate, filosofie spicciole, Talleri di Kant e Calzini di Hegel, economie da Monopoli, antiletterature da operetta si accavallano sugli scaffali delle librerie, con successo crescente.
De Crescenzo ha trovato la sua formula magica: demistificare la cultura attraverso la bonomia, l’arguzia e la convivialità di discorsi amichevoli. A differenza dei comici alla Zelig, non mira a far ridere a tutti i costi, nella maniera un po’ patetica che si rimprovera ai presunti umoristi contemporanei. E’ un discorrere sensato e razionale, che muove al sorriso più che alla crassa risata e che permette al cervello di rilassarsi senza scollegarsi del tutto.
Oggi, De Crescenzo non mi piace più: ho letto oggi Sembra ieri cercando in quelle righe argute, che riaffrontano tematiche espresse ad abundantiam nei lavori precedenti, i segreti di un successo che ha del miracoloso.
Non posso dimenticare, però, l’effetto dirompente che ebbe su di me quindicenne la lettura di Oi dialogoi, Storia della filosofia antica, Così parlò Bellavista: improvvisamente presero luce e acquistarono personalità nomi che, dalla voce monotona del professore di filosofia, erano associati alla noia assoluta; concetti astrattissimi si rivelarono concreti e interessanti, applicabili anche al quotidiano, attuali e coinvolgenti a duemila anni di distanza.
Peccato che il professore non avesse letto De Crescenzo e pretendesse a memoria quel monumento di vaniloquenza che fu Storia della filosofia del mai abbastanza aborrito Dal Pra

Benedetta Colella








