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Le origini indecenti di Romolo e Remo

La fondazione di Roma tra storia e antropologia

Figli di lupa non era certo un complimento, nella Roma antica!

Oltre che il vorace mammifero, lupa indicava la meretrice, la prostituta, donna calda e, appunto, perennemente affamata di sesso. L’immagine resta viva anche ai giorni nostri, con l’aggettivo allupato, ed ha avuto nobilitazione letteraria nella novella verghiana intitolata, appunto, La lupa.

Romolo e Remo erano dunque figli di padre ignoto (e la legittimazione divine nasconde un tentativo di nobilitazione delle origini della città).

Questo dato, lungi dal caratterizzare in negativo i fondatori, risponde ad una prassi antropologica diffusa: anche Ciro il grande, che avrebbe conquistato per i Persiani l’impero medo, era figlio di Cagna (se usato come nome proprio o comune, è discusso e discutibile).

Alessandro Magno sponsorizzò la notizia di essere stato generato non dai magnanimi lombi di Filippo di Macedonia, ma da un serpente in cui si era materializzato Zeus.

Persino Gesù rinnegò il padre putativo per reclamare una ascendenza ben più nobile, sottolineando però la verginità della madre per non confonderla con altre famose genitrici.

Romolo e Remo erano gemelli, ossia, per la percezione dell’epoca, monstri. Il loro nome è apofonicamente identico, divergendo solo nelle vocali. La nuova città, Roma, dovrà il suo appellativo non tanto a Romolo quanto ad una formula beneaugurale. Rome, in greco, infatti, significa forza. Con lettura palindroma, si scioglie in Amor ( e non a caso, Venere, dea dell’amore, sarà tra le più osannate dell’intero Pantheon romano).

Ma che cosa c’era fra i sette colli prima che Romolo vi fondasse una città?

La leggenda più in auge vuole che ci fosse uno spazio vuoto, molto ampio (Lazio ha la propria etimologia proprio da latus). Plutarco, forse forzando gli eventi per accentuare la somiglianza con il sinecista Teseo che fuse i piccoli villaggi attici dando vita ad Atene, ritiene invece che preesistessero a Romolo e Remo una schiera di casupole senza struttura alcuna, che vennero inglobate nella mura urbane e costituirono il primo nucleo di Roma.

Non c’è concordia fra i due fratelli, come non vi fu tra Eteocle e Polinice, altri famosi gemelli della letteratura classica. Ma, mentre entrambi i tebani scontarono il disfavore degli dei indignati e perirono di una stessa morte, la storia di Roma è segnata da un successo, e insieme da un omicidio.

Sarà Ovidio a mettere in discussione il barbaro assassinio del gemello sconfitto; nei Fasti, nel giorno 21 aprile, tradizionale anniversario della nascita di Roma e della morte di Remo (vittima sacrificale secondo gli auspici tradizionali), egli attribuisce ad un equivoco l’intero omicidio: Romolo avrebbe cioè dato al suo luogotenente, Celere, il compito di custodire le mura, uccidendo chiunque osasse profanarle. Remo, che non aveva sentito l’ordine, preso come era nei suoi calcoli, volle dimostrare che, a suo avviso, bisognava innalzare ulteriormente il pomerio, per evitare infiltrazioni nemiche. Quasi a testimonianza delle sue argomentazioni, passò il confine e fu immediatamente freddato, tra lo sconcerto dei presenti e il dolore sincero di Romolo.