
Cesare Marchi, nel piacevole saggio Quando siamo a tavola, presenta così questo misconosciuto artista greco: “Alla gola il poeta greco Filosseno sacrificò, con luminosa coerenza, la vita. Egli era tanto ghiotto di pesce che un giorno si mangiò quasi intero uno storione, facendo un’indigestione che il medico, subito accorso, diagnosticò mortale. Pertanto lo invitò, restandogli poche ore di vita, a sistemare le sue cose, a dettare le sue ultime volontà. “Le mie cose sono tutte a posto” rispose Filosseno” i miei versi sono limati e non hanno alcun bisogno dell’opera mia. Altrettanto dicasi dei miei beni e della mia famiglia. Portatemi dunque quel che sia avanzato dello storione e non parliamone più.” Oscuro come un poeta, è noto per la sua ricetta in versi, a salvataggio dell’arrosto che sa di bruciato: “Se pigli un po’ d’aceto, indi lo versi/ freddo, mi intendi? In questo catino/ e poi dentro l’aceto collochi la pentola/calda, questa, rovete essendo ancora,attirerà l’umore e fermentando/ schiuderà come spugna i pori tenui/ pei quali accoglierà l’umidità/ e la carne così non sarà secca/ anzi sugosa e di apparenza rorida”.
Filosseno diventa così personaggio comico (non a caso, gli aneddoti gastronomici su di lui sono tratti dai frammenti del comico Macone), ma traluce, in lui, l’orgoglio dell’intellettuale e il fascino della cultura.
Lui, sempre schiavo del suo ventre, non lo sarà di un tiranno come Dionisio, con il quale si contenderà i migliori bocconi e discetterà alla pari di poetica, preferendo i lavori forzati al plauso interessato e adulatorio delle reale (essiccata) vena poetica.

Benedetta Colella








